La notte che non ti ho scritto
La consolazione non è una materia, non ha un programma, non la interroghi. È il residuo di tutto il resto, quello che resta quando hai smesso di spiegare e sei rimasto lì
Mi capita di stare sveglio fino a molto tardi: un tempo che dedico alla lettura, allo studio, alla preghiera, a preparare le lezioni. Come i miei lettori sanno i miei alunni mi inviano messaggi a qualsiasi ora anche della notte: ma qualche notte fa… niente! Nessun messaggio. Nessuno ha cercato il professore, quella sera. E io me la sono cavata con un sospiro di sollievo che, ripensandoci ora, mi fa un po’ schifo. Perché quello che mi tormenta non è il ragazzo che mi scrive alle tre. È quello che non mi scrive. Quello che passa in corridoio, abbassa gli occhi e va.
Mi sono chiesto spesso da dove viene questa mia fissazione per i messaggi che arrivano di notte. C’è una risposta comoda: arrivano, li leggi, ci fai un articolo. Poi c’è la verità, e la verità è che mi cercano solo quando non ce la fanno più. Ho provato a ricordare gli anni in cui avevo sedici anni io. Non ricordo un solo adulto che mi abbia consolato. Non perché fossero assenti, anzi, è che io non gliel’ho chiesto. E non per orgoglio: perché non avevo la lingua. Non esistevano le parole per dire quella cosa lì. Nessuno me le aveva insegnate, e a quanto pare nessuno le ha insegnate nemmeno ai miei alunni: hanno parole nuove (ansia, attacco di panico, non sto bene) e sono parole che arrivano tutte da fuori, dalla clinica, dalla rete, dai video. Sono diagnosi, non confessioni.
Questa è l’intuizione che mi gira in testa da giorni: la nostra generazione di ragazzi non è più fragile di noi. È più sorvegliata. Sa riconoscere il proprio stato, ma non sa raccontarlo a un essere umano. Ha il vocabolario e non ha la sintassi. Noi adulti abbiamo imparato a individuare il disagio giovanile. Abbiamo sportelli, referenti, protocolli, moduli. Abbiamo costruito un sistema che fiuta il malessere e lo prende in carico. Tutto giusto. Solo che un sistema che individua non è un sistema che accoglie, e noi abbiamo scambiato le due cose. E qui mi fermo un attimo, perché non voglio fare la predica a me stesso per poi tornare domani a fare lezione come prima.
Qualcuno mi ha detto: ma tu sei un professore di religione, la consolazione è il tuo mestiere. Falso! Il mio compito (non mestiere) è spiegare cose. La consolazione non è una materia, non ha un programma, non la interroghi. È il residuo di tutto il resto, quello che resta quando hai smesso di spiegare e sei rimasto lì. Penso che la consolazione, oggi, sia diventata un genere letterario.
Ci sono libri che la vendono, podcast che la confezionano, frasi pronte da girare su WhatsApp. Ti danno la carezza senza la mano. È merce: si compra, si consuma, si dimentica. E il vero problema non è che la merce sia scadente, è che ci ha convinti che il dolore sia un problema di approvvigionamento. Che ti manchi la frase giusta, il tono giusto, la persona giusta. Che il dolore si risolva trovando il fornitore adatto. Non si risolve. Si abita.
Faccio la domanda che sto facendo a me stesso da tre giorni, e non è retorica. Chi è la persona a cui non hai chiesto niente, e che aspetta solo che tu glielo chieda?







