L’amore finisce sempre sotto processo
Il punto non è abolire il giudizio morale. È impedire che il giudizio diventi disprezzo e che la verità venga usata come una pietra. Possiamo riconoscere un errore senza ridurre una persona al suo errore
Ieri mattina, al bar davanti al De Filippis, qui a Cava, ho rivisto una scena ormai abituale. Due ragazzi erano seduti a un tavolino, davanti a un caffè. Lei gli ha preso la mano. Un gesto piccolo, quasi niente. Al tavolo accanto, una donna li ha guardati, ha abbassato la voce e ha detto qualcosa all’amica. Non sappiamo che cosa abbia detto. Ma conosciamo quel movimento delle labbra: era appena cominciato un processo.
All’amore non basta accadere. Deve comparire. Gli chiediamo subito i documenti: quanti anni avete? Da quanto vi conoscete? Che lavoro fa? È libero? È affidabile? È del tuo ambiente? Ti merita? Domande che sembrano premura e spesso sono dogana. Perché tolleriamo molte cose, ma ci riesce difficile accettare che qualcuno ami senza chiedere il permesso al nostro modo di vedere il mondo. È strano. Diciamo che al cuore non si comanda, poi gli costruiamo intorno un tribunale. Gli amici fanno da giuria, la famiglia sostiene l’accusa, i social verbalizzano tutto. Una fotografia diventa una deposizione.
Un silenzio, un indizio. Se la coppia è felice, qualcuno sospetta che reciti. Se soffre, arriva puntuale la sentenza: “Lo sapevo”. Ma il giudizio sull’amore raramente riguarda soltanto chi ama. Riguarda anche chi guarda. Ogni amore inatteso è uno specchio indiscreto: ci mostra le scelte che non abbiamo avuto il coraggio di fare, le fedeltà che abbiamo scambiato per rassegnazione, le rinunce a cui abbiamo dato il nome di maturità. Per questo certe relazioni ci irritano prima ancora che abbiamo capito se custodiscano o feriscano qualcuno. A volte infrangono davvero una responsabilità. Altre volte infrangono soltanto le nostre abitudini. Il guaio è che emettiamo la sentenza prima di avere imparato la differenza. Naturalmente, non tutto può essere assolto in nome dell’amore. Esistono il possesso, il tradimento, il ricatto, l’umiliazione. Chiamarli amore non li rende innocenti. Anche l’amore ha bisogno di verità: il sentimento, da solo, non santifica ciò che facciamo. Una relazione va interrogata sulla libertà che lascia, sulla responsabilità che assume, sulla fedeltà che custodisce, sul bene o sul male che produce. Non soltanto su quanto somiglia alla nostra.
Il punto, allora, non è abolire il giudizio morale. È impedire che il giudizio diventi disprezzo e che la verità venga usata come una pietra. Possiamo riconoscere un errore senza ridurre una persona al suo errore. Possiamo dire che una scelta ferisce senza provare piacere nel condannare chi l’ha compiuta. È molto più difficile. E molto più cristiano. Forse amare significa anche questo: sottrarre una cosa viva alla fretta di chi vuole assolverla o condannarla. Lasciarla respirare prima della sentenza. Il Vangelo, in fondo, non ci chiede di chiamare bene il male. Ci chiede qualcosa di più scomodo: non usare il male come pretesto per lapidare una persona.
Cristo non cancella la verità, ma toglie le pietre dalle mani di chi pretende di amministrarla senza misericordia. E allora, quando giudichiamo l’amore degli altri, stiamo davvero difendendo il bene o stiamo soltanto cercando una pietra che ci faccia sentire dalla parte giusta?







