scritto da Gennaro Pierri - 01 Ottobre 2026 12:01

La nostalgia non è un magazzino: è un cantiere

A volte la nostalgia arriva prima del passato che dovrebbe giustificarla e ci sorprende perché non parla di ciò che abbiamo perduto ma di ciò che non abbiamo ancora imparato a diventare

Per una serie di ragioni ho il cell acceso anche di notte. I diversi messaggi che mi arrivano li leggo al mattino: e così solo alle 7 di stamane leggo un messaggio di un mio alunno inviatomi alle 2.40: «Prof, è strana la nostalgia: accompagna il passato, i tempi andati fra gioie e dolori».

Nessuna richiesta. Nessun compito. Solo una frase mandata nel cuore della notte, come si lancia una bottiglia.L’ho letta e ho pensato una cosa poco elegante: a sedici anni non ti spetta ancora. La nostalgia, dice il buonsenso, è roba da persone che hanno qualcosa alle spalle. E invece lui ne ha la forma esatta: quel misto di dolce e amaro che non sai se ti scalda o ti fa male. La sente prima di avere una vita da rimpiangere. Curioso, no? Ma il buonsenso sbaglia.

La nostalgia non nasce dal passato. Nasce dalla perdita della prima volta. Pensaci. Non rimpiangi il passato: rimpiangi di essere stato nuovo da qualche parte. La prima volta che hai capito una cosa da solo. Il primo giorno in cui qualcuno ti ha chiamato per nome e ti è sembrato di esistere davvero. La nostalgia è il lutto di un’innocenza che non sapevi di avere. Ecco perché arriva a sedici anni, a quaranta e a ottanta con la stessa faccia: non ti manca il tempo, ti manca la versione di te che non sapeva ancora come sarebbe andata. Questo cambia tutto. Perché se la nostalgia non è un magazzino di cose perdute, allora non va curata, non va archiviata, non va messa sotto vetro. Va aperta. È un cantiere, non un museo.

Noi però facciamo il contrario. Ne abbiamo fatto un sentimento di lusso: la mettiamo nelle foto in bianco e nero, nelle canzoni dei vent’anni, nei profili che sembrano sempre più belli della stanza in cui stai scrivendo adesso. E c’è un dettaglio che mi disturba: il mercato della nostalgia è enorme, tutti vogliono venderci il passato, ma nessuno ci vende il coraggio di usarlo. Ed è qui che incontro il mio alunno. Lui mi scrive come si scrive a un adulto di cui ci si fida, e io devo decidere cosa rispondere. Potrei dirgli che è bello ricordare. Sarebbe comodo, e sarebbe falso. Preferisco dirgli un’altra cosa: che la nostalgia, quando non è ricatto, è una bussola sbagliata che ti dice dove non tornare. Ti mostra esattamente i punti in cui sei stato felice senza saperlo. E quei punti sono istruzioni per il futuro, non monumenti.

Un ragazzo di sedici anni che scrive quella frase di notte non è fragile. È uno che sta facendo il lavoro che la maggior parte degli adulti ha smesso di fare: guardare indietro senza piangersi addosso, e chiedersi cosa gli è successo. Forse la nostalgia, più che un sentimento, è una forma di intelligenza. Forse è l’unico modo che l’anima ha per prendere appunti. Stamattina gli ho risposto una riga sola. Non ve la dico. Ma mentre la scrivevo mi sono accorto di una cosa che non mi aspettavo: non ero io a spiegargli qualcosa. Era lui a ricordarmi dove avevo smesso di ascoltare. E allora la domanda non è se tornare indietro. È questa: e se la nostalgia non fosse il segnale che qualcosa è finito, ma l’unico modo che hai di accorgerti che qualcosa non è ancora iniziato?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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