La domanda più falsa del nostro tempo
Ascoltare è un verbo rivoluzionario, perché obbliga a uscire dal centro della scena. È l'esatto contrario del narcisismo che respiriamo ogni giorno
«Come stai»? Ci pensi? Probabilmente è la domanda che pronunciamo più spesso e alla quale siamo meno interessati a conoscere la risposta. La diciamo entrando in ufficio. Al telefono. Per strada. In chat. La lanciamo come si lancia una monetina in una fontana: un gesto automatico, quasi scaramantico.
E speriamo, in fondo, che l’altro risponda con due parole rassicuranti: “Bene, grazie”. Perché se invece dicesse la verità, il nostro programma della giornata rischierebbe di saltare. È successo qualcosa di curioso.
Nell’epoca in cui possiamo raggiungere chiunque con un clic, siamo diventati abilissimi nell’evitare le conversazioni che contano davvero. Conosciamo gli aggiornamenti delle persone, ma ignoriamo il loro stato d’animo. Vediamo fotografie, non ferite. Collezioniamo contatti, ma perdiamo confidenze.
Il punto è che chiedere davvero “come stai”? costa. Costa tempo. Costa attenzione. Costa perfino fatica emotiva. Significa accettare che l’altro potrebbe consegnarci un pezzo della sua vita e che, da quel momento, non potremo più far finta di niente. Per questo abbiamo inventato una versione innocua della domanda. Una domanda senza conseguenze. Una specie di saluto travestito da interesse. Eppure ciascuno di noi conserva nella memoria almeno una persona diversa dalle altre. Non quella che dispensava consigli perfetti. Ma quella che, davanti a un silenzio improvviso, non si è affrettata a riempirlo. Quella che non aveva fretta. Quella che, senza fare rumore, è rimasta.
Ascoltare è un verbo rivoluzionario, perché obbliga a uscire dal centro della scena. È l’esatto contrario del narcisismo che respiriamo ogni giorno. Mentre tutti cercano le parole giuste da dire, forse il mondo avrebbe bisogno di qualcuno capace di fare spazio alle parole degli altri.
E allora proviamo un esperimento. Oggi chiedi “come stai?” a una sola persona. Ma una sola. Poi fai la cosa più difficile di tutte: non interrompere, non cambiare argomento, non offrire subito una soluzione. Resta lì. Come si resta davanti al mare quando non c’è niente da aggiungere. Forse scoprirai qualcosa di inatteso. Che quella domanda non era destinata soltanto all’altro. Perché c’è un dettaglio che dimentichiamo sempre: il modo in cui ascoltiamo gli altri racconta molto più di loro.
Racconta chi siamo noi. E forse il vero dramma del nostro tempo non è che nessuno ci chieda più come stiamo. È che abbiamo smesso di essere persone dalle quali valga la pena rispondere.







