Il re frigio nel Tartaro: l’insoddisfazione di una società inappagabile
E così come Tantalo siamo legati, assetati e affamati d'acqua e frutta di cui però non godremo mai, e anche se dovessimo raggiungerla e saziare i nostri appetiti questo sarebbe appena sufficiente alla nostra sopravvivenza, poiché non di nostro gusto spirituale. La differenza però è sostanziale: Tantalo è stato costretto nel Tartaro, e l'imposizione della sua condotta di vita dipende da forze maggiori che il re non può controllare, noi sì. A noi, nel nostro essere puramente viventi, è concesso sognare oltre i sogni preposti da una società che non condividiamo, ed aver fame di pietanze che vorremmo cucinare, e non che son già state cucinate per noi
La comparazione tra una società antica, nei costumi e nelle abitudini che ne governano i moti, e la società odierna, risulta sovente in non trascurabili dettagli sulla nostra nuova visione d’un mondo che è rimasto, nei suoi principi primi, invariato. Volgendo uno sguardo sull’antica Grecia, passeggiando per l’agorà e il koilon, risulterà che l’uomo greco è mosso nel suo spirito da un impegno costante e non trascurabile per nessun cittadino: l’agón. Il termine agón indicava nella Grecia dei miti un confronto costante in ogni ambito, una pressante condizione di “bellum omnium contra omnes” per celebrare chi fosse più virtuoso. Nello sport, nella dialettica, nella dedizione al culto degli dèi e nella politica, il cittadino della pólis era tenuto a primeggiare attraverso l’impegno che egli offriva, mosso da questo desiderio, nelle sue principali attività. Una “Società delle Performance” tecnicamente embrionale, dove il successo era però sostituito con la virtù individuale e la riconoscenza oggettiva da parte degli altri di questa virtù. L’uomo greco, un po’ come la sua controparte moderna, era tenuto a primeggiare sugli altri in una costante sfida che metteva parimenti a confronto corpo e spirito. Ma, letto il titolo, il lettore potrà adesso sentirsi forviato da questa introduzione, che altro non è una premessa che intende, banalmente, porre l’attenzione su come la società, prodotto umano, non possa mai distanziarsi dall’uomo che la produce e che quell’uomo, nei millenni scorsi e nelle società da egli create, non si è mai distanziato dal suo nucleo.
Il mito di Tantalo
L’impatto della figura di Tantalo nelle filosofie occidentali è guidato da numerosi pensatori, tra cui uno dei principali “oppositori” dell’idealismo: Arthur Schopenhauer. Il filosofo di Danzica inserisce il re della Lidia, all’interno de “Il mondo come volontà e rappresentazione”, in un passaggio pienamente rappresentativo di un frammento del pensiero schopenhaueriano: l’impossibilità di soddisfare pienamente la propria sfera desiderativa, là dove per ogni desiderio soddisfatto ve ne saranno in controparte “almeno dieci” insoddisfatti. Per Schopenhauer il desiderio, essenza della nostra vita, tende all’infinito, mentre la capacità di rispondere concretamente a quel desiderare è impossibilitata dalla brevità dell’appagamento e dell’insoddisfazione del non poter raggiungere in toto quanto desiderato. Tantalo, nella mitologia Greca, era l’opulento re della Lidia, unico tra i mortali ad aver ricevuto l’onore di poter banchettare sulla cima dell’Olimpo. Di questo privilegio Tantalo fece superbia e commise numerosi ed indicibili peccati contro gli dèi, desiderando d’esser come loro e pretendendo di fatti di poter agire come tale. La punizione che gli fu inflitta è di una teatrale ironia: fu condannato ad una sete ed un appetito perenni, legato ad un albero da frutto e immerso fino al collo in un lago d’acqua dolce. Nel momento in cui il re tentava di abbeverarsi il lago si prosciugava, e non appena provava a prendere un frutto i rami dell’albero si allontanavano rapidamente da lui. La condanna di Tantalo diventa, nel suo desiderio e nella sua pena, una parabola dell’uomo moderno.
L’insoddisfazione perenne
Il divario tra le proprie aspettative sociali e la realtà effettiva del prodotto del nostro impegno sembra ai più viaggiare su binari paralleli, in un costante tentativo di afferrare all’ultimo secondo una svolta che, di fatto, non arriverà mai. Le costanti pressioni sociali, il costante esibire e compararsi con altri ogni in aspetto della propria vita ha portato il nostro desiderare ad obiettivi molto spesso irraggiungibili. In una società che non ammette alcun tipo di fallimento e che viaggia, ed impone di viaggiare, ad un’unica velocità, sentirsi strozzati dai proprio impegni e non soddisfatti dal loro risultato è diventato specchio di un malessere comune identificato come sempre nella “performance”. La costrizione sociale di doversi omologare ad un’idea di successo canonica, e non dettate dalla proprio individualità e velocità “performativa”, non solo orienta l’individuo a non sentirsi soddisfatto dell’impegno prestato, che quasi mai risulta sufficiente se comparato a quello richiesto, ma neanche del risultato che evidentemente non rientra tra i suoi interessi personali, ma tra gli interessi di un’isteria collettiva che sembra non appartenere al cuore di nessuno. Eppure siamo costretti a muoverci verso questa direzione proibitiva, per sentirci parte di una società che però diventa sempre più individualista e che si rapporta con gli altri soltanto nell’ostentare i proprio traguardi, come un attore teatrale che recita per un pubblico che non conoscerà mai. E così come Tantalo siamo legati, assetati e affamati d’acqua e frutta di cui però non godremo mai, e anche se dovessimo raggiungerla e saziare i nostri appetiti questo sarebbe appena sufficiente alla nostra sopravvivenza, poiché non di nostro gusto spirituale. La differenza però è sostanziale: Tantalo è stato costretto nel Tartaro, e l’imposizione della sua condotta di vita dipende da forze maggiori che il re non può controllare, noi sì. A noi, nel nostro essere puramente viventi, è concesso sognare oltre i sogni preposti da una società che non condividiamo, ed aver fame di pietanze che vorremmo cucinare, e non che son già state cucinate per noi. A noi è, e senza dubbio lo è, concesso essere noi stessi, distaccandoci da radici che non ci hanno mai nutrito e trovando il coraggio di ammettere a noi stessi che forse la strada verso cui siamo indirizzati non è quella che desideriamo. La società dovrebbe dettare le regole del vivere comune, e non del tempo che rimane quando gli obblighi sono stati soddisfatti, del tempo che avvertiamo come nostro e che desideriamo vivere come ciò che siamo e non come ciò che ci è richiesto essere. In un mare in tempesta, così come il mondo di oggi ci può apparire, il vero faro non è da cercare in un molo verso la quale siamo costretti ad ancorare, ma al timone: anche in un tragitto che prevede obbligatoriamente la stessa destinazione, si può essere padroni del viaggio secondo il proprio amore per la vita, tenendo a mente che la bellezza da perseguire è quella che noi percepiamo come tale, e non quella che ci è richiesto di imitare.







