scritto da Gennaro Pierri - 26 Settembre 2026 07:36

Il passato ha una pessima abitudine: parla al posto nostro

Il passato spesso parla troppo e ci definisce più di quanto dovrebbe. La libertà comincia quando smettiamo di chiedergli il permesso di diventare diversi

Qualche giorno fa una mia alunna aveva in mano un suo vecchio diario… lo sfogliava piano, quasi con cautela. E io la osservavo incuriosito. A un certo punto ha trovato una pagina piena di correzioni rosse. Si è fermata e ha detto ad alta voce. «Ero proprio scarsa».

Mi ha colpito quel verbo: ero. Non “avevo preso un brutto voto”. Non “quel giorno non avevo studiato”. Ero scarsa. Una pagina di quaderno era diventata una sentenza sulla persona. Forse facciamo tutti così. Prendiamo un errore e lo trasformiamo in carattere. Una delusione diventa “sono fatto così”. Una bocciatura diventa “non sono capace”. Una porta chiusa diventa, con una certa eleganza masochista, “per me le cose vanno sempre così”.

Il passato, intanto, non dice niente. Siamo noi a mettergli le parole in bocca. Ed è qui che comincia il problema. Perché il mercato ha capito una cosa che noi fatichiamo ad ammettere: ci piace tutto ciò che elimina l’attrito. Anche quello della nostra identità. Un’etichetta fa risparmiare tempo. Un test ci dice chi siamo. Un profilo ci riassume. Una diagnosi del carattere ci consegna una versione ordinata di noi stessi. Peccato che una persona non sia un riassunto. La cosa più pericolosa che possiamo fare con la nostra storia è usarla come una previsione. Hai fallito? Allora fallirai ancora. Hai sbagliato? Allora sei uno che sbaglia. No.

Un fatto accaduto non possiede automaticamente il diritto di diventare un destino. Questa, forse, è una delle forme più adulte della libertà: smettere di chiedere al passato il permesso di essere diversi. Non significa raccontarsi favole. Il passato lascia tracce. Alcune fanno male. Alcune hanno conseguenze reali. E certe ferite non si cancellano con una frase intelligente. Ma una cicatrice non è una biografia completa. È soltanto il punto in cui la pelle ricorda qualcosa che il corpo ha già imparato a superare. E c’è un’altra cosa che ho capito l’altro giorno: a volte non ci manca la possibilità di cambiare.

Ci manca il coraggio di contraddire la versione di noi che abbiamo raccontato così tante volte da averle creduto. Forse crescere è anche questo: avere il coraggio di sorprendere perfino chi ci conosce da sempre. Quella ragazza si è accorta che la guardavo, mi ha sorriso e ha richiuso il quaderno. Non ha strappato la pagina. Sarebbe stato troppo facile. L’ha lasciata lì. E forse è proprio questo il punto.

Non dobbiamo cancellare ciò che siamo stati. Dobbiamo impedire che continui a parlare al posto di ciò che stiamo diventando. La domanda, allora, non è: che cosa ti è successo? È molto più scomoda. Se oggi nessuno ti chiedesse di essere coerente con la persona che sei stato ieri, chi sceglieresti di essere?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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