scritto da Gennaro Pierri - 25 Settembre 2026 09:41

Il fruttivendolo che mi ha messo tre anni a guardarmi

Non è vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima. Gli occhi sono due palline d'acqua, uguali in tutti, bellissime e mute. Non c'è niente, lì dentro

Ci ho messo tre anni a diventare qualcuno, per Antonio (nome di fantasia per ovvie ragioni!). Il primo anno ero “il signore”. Il secondo, “‘o professore” – ma detto con quel sospetto che a Cava riserviamo a chi parla troppo bene. Quest’anno, una mattina, mi ha messo in mano una melagrana che non avevo chiesto e ha detto: “Genna’, questa è buona per te”.

Ecco. Lì mi aveva guardato. Tre anni. Per una melagrana. Oggi tre anni sono un’eternità oscena. Tre anni è il tempo in cui un’app decide se sei compatibile con qualcuno. Viviamo dentro una promessa precisa, ed è una promessa commerciale, mettiamolo in chiaro: il mercato non ci vende il legame, ci vende la rimozione dell’attrito. Zero attesa, zero imbarazzo, zero quella cosa scomodissima che è restare davanti a uno sconosciuto senza sapere che dirgli. Conoscere qualcuno è diventato un problema di latenza.

E allora torniamo a quella frase che gira ovunque, attribuita a Modigliani: quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi. Tutti la leggono come una dichiarazione d’amore. Non lo è. È una dichiarazione di incompetenza. È un pittore che ammette, davanti al modello: io adesso non sono capace. Non ho gli strumenti. Non ti so. Ci pensi che roba è? Un uomo che lascia una tela incompiuta non per pigrizia, ma per onestà tecnica. Noi facciamo il contrario. Noi le pupille le mettiamo subito. Anzi: le mettiamo prima. Ci facciamo un’idea di una persona in quattro secondi di vocale, tre storie e un modo di scrivere le mail, e poi passiamo mesi a difendere quel ritratto abbozzato dalla persona vera che continua, fastidiosamente, a non somigliargli. Perché questo è il punto che non dicono mai: il giudizio veloce non è un errore di percezione. È un risparmio. Costa meno tenersi la caricatura che rifare il quadro.

Seconda cosa, e qui mi gioco la faccia. Non è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Gli occhi sono due palline d’acqua, uguali in tutti, bellissime e mute. Non c’è niente, lì dentro. Lo sguardo non è una proprietà di chi guarda: è una cosa che nasce in mezzo a due persone, e nasce solo se qualcuno ci resta abbastanza. Antonio non aveva occhi più profondi al terzo anno che al primo. Ero io che, nel frattempo, ero diventato leggibile. E mi chiedo se non sia questa la povertà nuova, quella di cui nessuno si lamenta perché non fa rumore: non avere nessuno che ci abbia guardato abbastanza a lungo da poterci dipingere gli occhi. Migliaia di persone che ci vedono. Nessuna che ci sappia. C’è una vendetta, in tutto questo, ed è la parte che mi tiene sveglio.

Le persone che liquidiamo in quattro secondi ci restituiscono esattamente il tempo che gli abbiamo dato. Diventano davvero superficiali, con noi. Non perché lo siano: perché nessuno apre una stanza buona per un ospite che ha già il cappotto addosso. Il nostro sguardo sbrigativo produce le persone piatte che poi ci lamentiamo di incontrare.

Allora la domanda non è se sappiamo guardare. È: a chi stiamo dando il tempo di guardarci? E soprattutto — davanti a chi, negli ultimi anni, siamo rimasti abbastanza fermi da meritarci due pupille?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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