scritto da Gabriella Avagliano - 24 Settembre 2026 12:40

«La poesia non è un io chiuso: nasce per curare la gente sola». La nostra intervista al poeta Fabio Dainotti

Dall'apertura all'altro-da-sé fino alla ricerca di una luce che vinca l'assedio dell'ombra: il poeta si racconta in un dialogo intimo sul valore terapeutico e rivoluzionario del verso

“La poesia, oggi più che mai, costituisce il mezzo più intimo e al contempo rivoluzionario per riattivare un momento di ascolto e di comunità e tornare a sentire il nostro universo emozionale.”

In un’epoca dominata sempre più dalla frenesia quotidiana, dall’iperconnessione ai Social Media, e da un’imperante incomunicabilità, si avverte oggi l’urgenza di riappropriarci della nostra sensibilità, di riscoprire la connessione reale e autentica con il mondo e con noi stessi, recuperando il linguaggio delle emozioni. La poesia, oggi più che mai, costituisce il mezzo più intimo e al contempo rivoluzionario per riattivare un momento di ascolto e di comunità e tornare a sentire il nostro universo emozionale.

La poesia oltre che rappresentare un’esperienza intima, capace di ristabilire un dialogo con gli altri e con noi stessi, può diventare anche una forma di cura, dal profondo valore terapeutico, uno spazio protetto dove riconoscere, comprendere ed elaborare le nostre emozioni. Così il senso di inquietudine e la solitudine personale possono trasformarsi in occasioni di riflessione e di rinascita.  Il filosofo francese Montaigne, a buon diritto, affermava che scrivere significa “prendersi cura di sé”, affrontando le proprie paure e fragilità.

Ne abbiamo parlato con Fabio Dainotti, poeta e saggista prolifico, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui il Premio Gradiva a New York.

Proprio il tema della solitudine è al centro della sua ultima pubblicazione, “Per gente sola”, che sarà presentata il prossimo 19 ottobre presso il Social Tennis Club di Cava de’ Tirreni. Il volume, che ha già ottenuto diversi riconoscimenti, è stato recentemente insignito di una Menzione al Premio Letterario Camaiore, uno dei più prestigiosi premi italiani dedicati alla poesia contemporanea.

 

In una società sempre più distratta e spesso indifferente, in che modo la poesia oggi può diventare un antidoto alla solitudine?

La comunicazione, nella seconda sezione di Per gente sola, intitolata Remedia, è centrata sul “tu”, si rivolge a un lettore, comunica; la funzione è conativa e la parola poetica è sovente un atto illocutivo, cioè è volta a persuadere; non per niente abbiamo nello stesso verso il vocativo e l’imperativo, come nel verso: “Aprite le finestre, gente sola”.

Non è più una poesia dell’io chiuso nei suoi recinti solipsistici, è una poesia che riscopre l’altro-da- sé (sempre Guarracino, nella postfazione a Per gente sola, parla di “fraternità dolorosa”); una poesia che si apre all’alterità, nell’ambizione di essere utile: si potrebbe parlare in un certo senso, di una funzione sociale. C’è l’idea che la poesia possa diventare uno strumento per lenire le sofferenze a fronte di un’esistenza insidiata dall’angoscia e, faccio mie le parole di un critico, “visitata da rapide gioie”; “conforto unico ai mali”, quindi confortatrice, è per Foscolo la poesia. È anche vero che solo i poeti leggono i poeti, ma entrare in questa piccola repubblica delle lettere può offrire alle persone sole l’opportunità di creare relazioni, avere contatti, scambiarsi impressioni con chi coltiva gli stessi interessi.

 Qual è l’essenza della poesia secondo Lei?

La poesia è musica che produce senso, è stato detto dai critici indiani. L’onda armonica veicola sensazioni, stati d’animo. Il fare incantatorio delle rime, che scaccia timori e ossessioni, deriva anche dalla musicalità. Assieme al ritmo e alla ripetizione, questa induce a volte uno stato di trance. Un aneddoto. Un grande poeta russo declamava i suoi versi in piazza. Una donna, pur essendo alloglotta, piangeva ascoltandolo. Un uomo che era con lei le chiese: “Perché piangi, se non comprendi il significato delle parole che il poeta declama?”. Rispose la donna: “Capisco che è un grande poeta”. L’ascoltatrice vedeva che il poeta era invasato. Commosso, il poeta comunicava a lei la sua commozione. La poesia comunica e fa provare sensazioni. Ma forse la donna era anche attirata dalla musica delle parole. La musica è un linguaggio universale; la musicalità assicura l’universalità della poesia. La poesia è il “fiore assente da ogni bouquet” (Mallarmé). È idea, suono (musica), figura (pittura).

Materiale della poesia non sono le immagini né le emozioni. Eppure, l’essenza della poesia è anche quella che Orazio definiva: “ut pictura poësis”; anche se Lessing ha poi limitato la portata di tale motto. Anche la pittura è universale.  Senza immagini o emozioni, la poesia è una macchina che gira a vuoto, solo per mostrare i suoi ingranaggi.

Qualcuno ha scritto che la poesia non è solo seria, è anche gioco bellezza felicità. Si parla di felicità creativa. La poesia si serve della parola, ma non ai soli fini comunicativi. Usa parole plurisense, predilige la connotazione. È quello che tutti volevano dire e che solo il poeta sa dire (Pascoli).  È qualcosa da maneggiare con cura per non rimanere bruciati, distrutti: ne va della vita. Lo dicono le troppe morti: Antonia Pozzi, Sergei Esenin, Vladimir Majakovski, Cesare Pavese e tanti altri. Lo impararono a loro spese coloro che non seppero rispondere agli indovinelli (metafore) della Sfinge. La poesia si esprime per metafore.

È a caldo o a freddo l’ispirazione? Come nasce?

Se lo chiede Eugenio Montale in un suo testo. L’una e l’altra cosa. Se cominciamo a scrivere a freddo, prima o poi si accende qualcosa. Perché elementi disparati si uniscano e cospirino a formare poesia occorre infatti un cortocircuito mentale.

La poesia è verticale, il primo verso viene dall’alto. Maria Luisa Spaziani, durante la presentazione di un suo libro, ebbe a dire che a volte, quando lei si allontanava, trovava, al suo ritorno, aggiunte altre parole sul foglio: qualcuno, una mano invisibile, aveva continuato a scrivere.

Viene dal basso, dalle zone oscure, dal profondo. Unisce il corpo e la mente; si scrive anche col corpo.

L’ispirazione può provenire dall’interno e dall’esterno. Dall’esterno: una frase che ascoltiamo provoca l’apertura delle cateratte interiori; allora si è costretti a lasciare ogni cosa, per affrettarsi a vergare ciò che il dittatore “ditta dentro”. Dall’interno: da un’idea, qualcosa che abbiamo dentro, e che cerca di trovare l’espressione più adatta. Quindi dall’interno e dall’esterno. Si è parlato, in tal caso, di doppia entrata in gioco, una sorta di contredanse.

Quale scopo può avere la poesia nella vita dell’uomo contemporaneo?

Non deve avere scopi politici, sarebbe un pamphlet. Ci sono già i discorsi dei politici. Può veicolare un’idea, ma non deve essere questo lo scopo principale. La poesia deve avere una funzione sociale; deve dare voce a chi non ne ha. Vittorini si augurava una cultura che non fosse semplicemente consolatrice nelle sofferenze, ma che fosse altresì in grado di proteggere dalle sofferenze. Questo è realizzabile, ma come effetto secondario e in tempi più lunghi: se infatti la cultura contribuisce a formare uomini migliori, questo si riflette gradualmente anche nelle condizioni generali della società. L’obiettivo di Foscolo diviene non più politico ma educativo e quindi meno immediato nel passaggio dai Sepolcri alle Grazie. Il poeta ha un dovere principalmente: quello di essere onesto con sé stesso, di scrivere ciò che pensa, ciò che sente, spesso in anticipo sugli altri. Deve creare un manufatto di cui resti soddisfatto lui per primo, come l’ebanista che, ancor prima del ricavo, si preoccupa della bellezza della sua opera. Non deve “suonare il piffero” per un’idea.

La poesia salva la vita è il titolo di un’opera di Donatella Bisutti. Che fa l’esempio dell’architetto Belgioioso, quello che costruì la Torre Velasca a Milano, il quale, per resistere nel campo di concentramento, declamava le poesie che ricordava e alla fine compose lui stesso delle poesie. “Fu tra i pochi a tornare”, conclude la scrittrice

Il poeta non può stare in una Turris eburnea. Le torri crollano. L’uomo è animale sociale, anche il poeta: se si isola nel suo solipsismo, è spacciato.

Quali sono le sue ascendenze letterarie?

Ho messo in esergo, nei miei libri, l’intero canone della letteratura occidentale.  Sandro Gros-Pietro, nella prefazione a un mio libro (Lamento per Gina e altre poesie, Torino, 2015, Premio I Murazzi), cita Saba, Gatto, Cardarelli, Valeri come antecedenti. Nelle Note al libro Per gente sola, cito tutti i versi che contengono reminiscenze, citazioni, allusioni o stilizzazioni. L’operazione di stilizzazione su Caproni è evidente in Una città di mare, che fa parte di Per gente sola. Osserva Amedeo Anelli: “Ma Dainotti lo fa in sospensione fattuale e ironica”.

Si riconosce nella interpretazione dei critici che definiscono la sua poesia neo-crepuscolare?

La mia poesia si muove, secondo la più parte dei critici, in un ambito neo-crepuscolare e anche liberty, con riferimento alla predilezione per i diminutivi e alla tendenza alla composizione di oggetti in miniatura come nelle stampe giapponesi: vedi le “automobiline” in Un mondo gnomo, titolo di una raccoltina uscita nel 2002 per i caratteri di Stampa Alternativa. Indubbiamente l’ironismo di ascendenza crepuscolare è presente nel corpus della mia produzione. Tornando a Per gente sola, sicuramente crepuscolare è la figura della marionetta che diventa pretesto per una schermaglia amorosa, in Al teatrino guardare.

Ci sono elementi realistici nella sua produzione?  

Le mie liriche, si aprono alla descrizione di cose della vita consueta. Se però di realismo si può parlare, appunto per la presenza di personaggi prelevati dalla vita, si tratta di un realismo esistenziale.  Nel risvolto di copertina di Per gente sola si legge: “Un libro che è insieme confessione e osservatorio, specchio e teatro del vivere”. E ancora Guarracino scrive: “Dainotti non costruisce metafore lontane; il suo passo narrativo, nitido e piano, restituisce la realtà come un mosaico di frammenti”. Riportiamo le parole di Amedeo Anelli a proposito di una precedente silloge, da lui inserita nella Biblioteca del presidio: “piccoli flash sul reale”; definizione che si attaglia anche al libro in disamina.

La sua poesia è stata definita “chiara e piana”; ci spiega il motivo di questa scelta stilistica?

Il macrotesto è gremito di segnali e messaggeri dell’oscuro. Il buio era simbolizzato, già in Primi juke-box, che fa parte di Ultima fermata (Nota di L. Fontanella, Ed. La vita felice, Milano 2021), dall’ombra che circonda la luce del juke-box, nel verso “un cerchio di splendore/e intorno l’ombra”.

Per vincere l’assedio dell’ombra (ritornante la figura del vecchio, emblema dell’attesa della morte), soccorre una luce: la chiarezza del dettato.

La dizione è semplice, ma c’è uno sforzo costruttivo dietro all’apparente semplicità e non manca il labor limae.

Laureata in Filologia con 110 e lode, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica. Ha pubblicato diversi saggi in riviste scientifiche e una monografia dal titolo “Tracce del Mezzogiorno nel documentario etnografico”, dedicata alla ricerca storico-sociale del Sud Italia, dal Secondo Dopoguerra agli anni ’70. Attualmente è docente di materie letterarie presso la scuola secondaria di primo grado.

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