Il paese non ci manca. Ci manca la fatica di appartenere
Abbiamo scambiato l’assenza di attriti per benessere, dimenticando che una comunità nasce proprio da ciò che rallenta, espone, coinvolge. Non è il paese a mancare: è la possibilità di appartenere davvero a qualcuno e a un luogo
C’è una scena che in città non esiste più. Una donna esce di casa con una sedia. Non deve fare niente. Si siede. Dopo cinque minuti ne arriva un’altra. Poi una terza.
Da una finestra qualcuno urla un nome. Un bambino attraversa la strada con un pallone sotto il braccio. Nessuno ha organizzato quell’incontro. Nessuno lo ha prenotato. Nessuno lo ha condiviso sui social.
Eppure sta succedendo la cosa più rara del nostro tempo: una comunità. Forse è questo che Al mio paese, la canzone di Serena Brancale, Levante e Delia (che invito ad ascoltare), ha saputo toccare senza trasformarsi nell’ennesima elegia del Sud.
Sarebbe troppo facile leggerla come un inno alla nostalgia. Sarebbe anche sbagliato. Perché la nostalgia è una fotografa disonesta: ritocca tutto. Toglie le crepe dai muri, cancella le bollette, dimentica la disoccupazione, lascia soltanto il tramonto.
Il punto non è il paese. Il punto è che abbiamo costruito un mondo che considera ogni attrito un difetto. Se una fila è lunga, inventiamo un’app. Se una conversazione è complicata, inviamo un vocale. Se una relazione richiede pazienza, cambiamo persona. Se un quartiere è difficile, ce ne andiamo. Ci siamo convinti che vivere bene significhi eliminare ogni resistenza. È qui che quella canzone, quasi senza accorgersene, diventa sovversiva. Perché il paese è pieno di attriti. C’è la vicina che sa troppo di te. Il bar dove tutti conoscono tuo padre. La festa patronale che blocca il traffico. Il dialetto che non traduce le parole ma le persone. Perfino quel fastidio di sentirsi osservati. Sono cose che, da ragazzi, ci fanno venire voglia di fuggire. Poi cresciamo. E scopriamo che erano proprio quelle a impedirci di diventare invisibili.
Il mercato ci vende una libertà curiosa: poter vivere ovunque senza appartenere a nessun luogo. È efficiente. È comoda. Ma ha un prezzo che compare soltanto dopo qualche anno. Non perdiamo il paese. Perdiamo qualcuno che possa accorgersi, dal modo in cui camminiamo, che oggi c’è qualcosa che non va. Ecco perché milioni di persone stanno facendo propria questa canzone. Non perché sognino di tornare definitivamente. Molti sanno benissimo che non lo faranno mai. Ma perché ricordano una cosa che avevano smesso perfino di nominare: nessuno cresce davvero da solo.
Il paese, allora, non è un luogo geografico. È l’ultimo posto dove il tuo nome arriva prima del tuo curriculum. Forse il futuro non sarà scegliere tra partire o restare. La vera sfida sarà un’altra: costruire luoghi in cui qualcuno possa ancora tirare fuori una sedia, sedersi davanti alla porta e sapere che, prima o poi, un’altra sedia arriverà accanto. Perché una società comincia a morire molto prima di spopolarsi. Comincia a morire il giorno in cui non c’è più nessuno disposto a fermarsi cinque minuti senza avere un motivo.
E noi, senza quasi accorgercene, stiamo ancora cercando un paese… o stiamo semplicemente cercando qualcuno che ci riconosca?







