Il giorno in cui abbiamo fatto credere che Dio rubasse la felicità
In questi anni abbiamo dato l'impressione che il cristianesimo fosse soprattutto una lunga lista di rinunce. Non farlo, non andare, non dire, non desiderare. E così, senza accorgercene, abbiamo lasciato che si insinuasse un sospetto terribile: per essere davvero cristiani bisogna imparare a essere un po' meno felici
Ci sono frasi che attraversano i secoli senza invecchiare. Anzi, col tempo diventano più scomode. Una di queste l’ha scritta san Francesco Saverio, missionario instancabile, mentre attraversava terre lontane con il Vangelo nello zaino e il mare negli occhi: «Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno cristiani, solamente perché manca chi li faccia cristiani».
Ogni volta che la leggo penso ai continenti lontani, alle missioni, ai popoli che non hanno mai sentito pronunciare il nome di Gesù: credo però che riguardi anche noi. Il problema, forse, non è che Cristo non venga più annunciato. Il suo nome risuona ancora in giro ma il fatto è che troppo spesso Cristo non appare più desiderabile. È una parola insolita, quasi fuori posto quando si parla di fede. Eppure è lì che si gioca tutto.
Nessuno sceglie una strada che sembra rendere la vita più stretta. Nessuno si mette in cammino verso una sorgente se quelli che ne bevono continuano ad avere il volto di chi muore di sete. Forse dovremmo avere il coraggio di dircelo. In questi anni abbiamo dato l’impressione che il cristianesimo fosse soprattutto una lunga lista di rinunce. Non farlo, non andare, non dire, non desiderare. E così, senza accorgercene, abbiamo lasciato che si insinuasse un sospetto terribile: per essere davvero cristiani bisogna imparare a essere un po’ meno felici. Ma questa non è una caricatura del Vangelo. È una caricatura dei cristiani. Perché il Vangelo parla eccome di rinuncia. Gesù non addolcisce le parole. Chiede di prendere la croce, di perdere la vita per ritrovarla, di lasciare perfino ciò che ci è più caro quando diventa un ostacolo all’amore. Il punto, però, è un altro. Noi abbiamo messo la rinuncia all’inizio. Gesù la mette alla fine. Prima viene l’incontro, prima viene quello sguardo capace di cambiare l’orizzonte, prima viene il tesoro. Solo dopo arriva il lasciare tutto. È la logica della parabola che conosciamo bene e comprendiamo poco. Un uomo trova un tesoro nascosto in un campo. Torna a casa e vende tutto quello che possiede. Ma c’è un dettaglio che dimentichiamo quasi sempre. Lo fa per la gioia: non stringendo i denti, non sentendosi derubaton non come chi perde, come chi ha finalmente trovato. È questa la rivoluzione del cristianesimo. Gesù non è venuto a insegnarci l’arte della rinuncia. È venuto a liberarci dalla tirannia delle cose troppo piccole. Perché ogni amore vero fa rinunciare a qualcosa: una madre rinuncia al sonno, un medico alle festività, un musicista alle scorciatoie, uno sportivo alla pigrizia. Nessuno li compatisce. Perché tutti capiscono che non stanno perdendo qualcosa. Stanno custodendo qualcosa di più grande. Perché quando scopri ciò che vale davvero, non hai l’impressione di rinunciare.
Forse molti non diventano cristiani non perché il Vangelo sia troppo esigente, non diventano cristiani perché noi, qualche volta, sembriamo gli unici a non credere davvero che il Vangelo renda la vita più bella. Perché il mondo non ha bisogno di cristiani perfetti. Ha bisogno di uomini e donne che abbiano negli occhi la gratitudine di chi ha trovato un tesoro. Persone che ridono, che piangono, che cadono, che ricominciano. Persone vere. Persone dalle quali traspare che seguire Cristo non significa vivere meno, ma vivere con un’intensità che il consumo, il successo e l’apparenza non riescono a comprare.
Questa la missione più urgente, oggi. Non convincere, non vincere discussioni, non moltiplicare parole ma vivere in modo tale che qualcuno, incontrandoci, senta nascere una domanda che non aveva mai osato farsi. E se Dio non fosse colui che mi toglie la gioia, ma Colui che finalmente le dà un nome?







