I chiaroscuri del potere: quando anche i giganti fanno ombra
Il mito di Roosevelt convive con le ombre del potere: dalle deportazioni dei nippoamericani al tentativo di condizionare la Corte Suprema. L’America imparò dalla propria storia che la democrazia non si affida alla perfezione dei leader, ma alla forza dei limiti.
Antonio, il mio grande riflettore sulla storia americana, ha letto il mio scritto sul memoriale di Franklin Delano Roosevelt e mi ha scritto. Con quella sua onestà che è già un atto d’amore per l’America.
Mi ha lanciato un monito : non dimenticare le oscurità.
Ha ragione. E lo ringrazio.
Perché Roosevelt è stato un gigante, ma i giganti fanno ombre lunghissime.
Il memoriale celebra l’uomo che ha inventato l’idea moderna di libertà: libertà dalla paura, dalla miseria, dalla tirannide. L’uomo che ha tenuto in piedi un Paese in ginocchio e un mondo in fiamme.
Ma lo stesso uomo, nel febbraio del 1942, ha firmato l’Ordine Esecutivo 9066. 120.000 nippoamericani – e circa 2.000 italoamericani e 11.000 germanico-americani, con restrizioni, confische e in parte internamenti- persone innocenti, molte di loro già formalmente in possesso di cittadinanza americana, portate via dalle loro case in California e chiuse dietro filo spinato nel deserto. Senza accusa, senza processo. Solo per il sangue.
E prima ancora, nel 1937, insofferente verso una Corte Suprema che gli bocciava il New Deal, tentò il court-packing: aggiungere giudici a lui fedeli per addomesticarla. Il Congresso, il suo Congresso, gli disse di no.
Questo è il chiaroscuro. La luce abbagliante e l’ombra nera convivono nello stesso volto. Il potere che salva la democrazia è lo stesso potere che, se non arginato, la avvelena.
E qui sta il miracolo analitico e poetico dell’America, che Antonio ha colto benissimo.
L’America non ha rimosso. Ha metabolizzato.
Dopo quattro mandati – un fatto unico, irripetibile, dal 1933 al 1945 – l’America non ha detto “vogliamo un altro Roosevelt”. Ha detto: “dobbiamo proteggerci anche da Roosevelt”.
E nel 1951 ha cucito sulla propria Costituzione il XXII Emendamento: nessuno potrà mai più essere eletto Presidente per più di due volte. Due mandati, anche non consecutivi. Una regola di ferro contro la tentazione dell’uomo indispensabile.
Non è una norma tecnica. È una poesia istituzionale.
È il momento in cui una società dice a se stessa: ti amo, libertà, più di quanto amo i tuoi salvatori.
L’America resiste ai rigurgiti autoritari non perché non li abbia mai avuti, ma perché li ha conosciuti nel cuore stesso dei suoi padri migliori e ha deciso di incatenare le proprie mani per non cedere mai più.
Il suo grande anticorpo non è la perfezione dei leader, ma l’amore ostinato per il limite.







