scritto da Guglielmo Scarlato - 22 Agosto 2026 14:43

La pietra che parla ancora

Nel Memoriale di Franklin Delano Roosevelt, inciso nel granito rosso, c’è un avvertimento che attraversa i decenni: la libertà non è mai garantita, e l’autoritarismo non arriva da fuori ma nasce nelle crepe delle democrazie. Un monito che risuona anche senza aver varcato quei gradini che non esistono

Nel mio recente viaggio negli Stati Uniti volevo vedere il Memoriale di Franklin Delano Roosevelt a Washington.

Mi ero documentato prima di partire per arrivarci preparato. Sapevo che non è un tempio bianco come gli altri, ma un percorso in quattro stanze all’aperto — una per ognuno dei quattro mandati — in granito rosso, con cascate e frasi incise nella pietra. Un memoriale volutamente senza gradini, perché Franklin Delano Roosevelt viveva su una sedia a rotelle. L’avevo segnato.

Alla fine non ho fatto in tempo a entrare. Ero lì vicino, sul Tidal Basin, ma i tempi del viaggio sono saltati e ho dovuto proseguire. Mi è rimasto il dispiacere, così una volta tornato in Italia ho aspettato qualche giorno prima di scrivere.

Perché le sensazioni, in realtà, le avevo già provate la sera prima, studiando ciò che avrei dovuto vedere.

Nella terza stanza del Memoriale, quella del 1941. L’anno in cui il mondo fuori brucia e a Washington ancora si discute. Hitler e Mussolini hanno dato un nome alla loro menzogna: lo chiamano “Nuovo Ordine”. Suona pulito. Inevitabile. Moderno.

Franklin Delano Roosevelt prende quel nome e lo smonta come si smonta un idolo. Lo fa incidere sul muro, alle spalle della sua sedia a rotelle, perché resti lì per sempre:

“They who seek to establish systems of government based on the regimentation of all human beings by a handful of individual rulers call this a new order. It is not new and it is not order.”

“Coloro che cercano di fondare il governo sull’inquadramento di ogni essere umano da parte di un pugno di padroni, chiamano tutto questo un nuovo ordine. Non è nuovo. E non è ordine.”

Leggila adagio. Non è una condanna politica. È una rivelazione poetica.

Regimentation. Non dice oppressione. Dice mettere in riga. È il verbo del sergente, del caporeparto, del censore. È l’atto di togliere all’uomo la sua disordinata, scandalosa libertà di essere diverso. E di farlo in nome dell’ordine.

E poi l’affondo più dolce e più feroce: non è nuovo. Non c’è niente di nuovo nel dominio di pochi su molti. Cambiano le uniformi, le bandiere, gli slogan. Ma l’anima è sempre la stessa vecchia paura di chi non sopporta la complessità.

E non è ordine. Perché l’ordine vero non è il silenzio della parata. L’ordine vero è il brusio di una democrazia che discute, che litiga, che sbaglia e si corregge. Il resto è solo scenografia.

La seconda frase che avevo copiato sul taccuino, quella che nessuna guida cita, mi ha accompagnato sul volo di ritorno:

Le dittature — diceva Franklin Delano Roosevelt nel 1940 — nascono quasi sempre dove la democrazia, per un motivo o per un altro, ha smesso di rispondere ai bisogni dell’uomo comune.

Ecco il cerchio che si chiude. E che mi ha fatto capire perché non avevo bisogno di toccare quel granito per sentirlo.

La tentazione autoritaria non è un male straniero che viene da lontano. È una crepa interna. Nasce quando la casa democratica si fa fredda, quando il lavoro manca, quando la paura supera la speranza. Allora bussa alla porta qualcuno che ti dice: dammi le chiavi dei tribunali, dei giornali, del Parlamento, e ti ridò calore e ordine.

Lo vediamo accadere nel mondo, ogni giorno, con altri nomi e altre lingue. E lo vediamo insinuarsi, come un’ombra sottile, anche dentro le democrazie che credevamo immuni. Anche nell’America che ho attraversato, così luminosa e così spaventata.

Franklin Delano Roosevelt lo sapeva. Lui che non poteva alzarsi in piedi, volle un memoriale senza gradini. Un luogo dove anche la sedia a rotelle potesse entrare. Dove l’acqua scorre invece di stare ferma.

Forse non averlo visto è stato un modo diverso di vederlo. Non con gli occhi. Con l’attesa.

La prossima volta ci andrò. Non per fotografare la frase. Ma per sedermi lì accanto, in silenzio, e ascoltare quanto è ancora vero quell’avvertimento inciso nella pietra rossa, che dice: guardatevi non solo dai dittatori degli altri, ma dal bisogno di dittatura che può nascere in voi.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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