scritto da Gennaro Pierri - 21 Luglio 2026 10:05

Ho il senso di pace di una tempesta

La pace non è assenza di vento: è restare presenti mentre tutto cambia. A volte la quiete più vera nasce proprio dal caos che proviamo ad attraversare

Ci sono giorni in cui mi chiedono: «Come stai»? Sorrido e mi verrebbe da rispondere con una frase che sembra sbagliata: ho il senso di pace di una tempesta.

No, non è una contraddizione. È che, con il tempo, ho smesso di fidarmi delle giornate troppo lisce. Di quelle in cui tutto fila, tutto funziona, tutto è sotto controllo. Sono giornate educate, ordinate, quasi perfette. Eppure, spesso, non lasciano traccia. La vita, invece, sì. La vita entra senza chiedere permesso. Ti cambia l’agenda, scompagina i programmi, rimette in discussione le persone, le idee, perfino l’immagine che hai di te stesso. E noi? Noi passiamo una quantità incredibile di tempo a costruire l’opposto. Non tanto la pace, quanto un’esistenza senza attrito.

Questo è il grande equivoco della nostra epoca. Ci hanno convinti che il bene coincida con il comodo. Che tutto ciò che pesa sia sbagliato. E che un’attesa sia tempo perso. Che una relazione difficile sia una relazione da abbandonare. E che un dubbio sia un difetto da correggere. Abbiamo dichiarato guerra alla fatica, senza accorgerci che la fatica non è sempre un nemico. A volte è soltanto il nome che diamo alle cose importanti.

Il mercato lo ha capito prima di noi. Non vende oggetti. Vende la promessa di eliminare l’attrito. Un clic invece di una ricerca. Una risposta invece di una domanda. Una scorciatoia invece di un cammino. Paghiamo per non aspettare, per non sbagliare, per non sentire il peso delle cose. Ma c’è un prezzo che non compare mai sullo scontrino. Ogni attrito eliminato toglie qualcosa anche al nostro carattere. Perché è proprio la resistenza a dirci chi siamo. Non quando tutto va bene. Quando qualcosa non obbedisce ai nostri piani. Ci stiamo allenando a essere efficienti, non profondi. E la profondità non arriva con la velocità. Arriva quando una domanda rimane aperta, quando una ferita smette di essere soltanto una ferita e diventa una finestra, quando scopri che non tutto va risolto subito.

Il vero contrario della pace non è il conflitto. È l’anestesia. Quella condizione in cui niente ci ferisce più, ma niente ci entusiasma davvero. In cui non litighiamo con nessuno, perché abbiamo smesso di coinvolgerci. In cui chiamiamo equilibrio quello che, a volte, è soltanto distanza di sicurezza dalla vita.

E allora continuo a preferire quella frase  apparentemente assurda: ho il senso di pace di una tempesta. Perché la pace non è una stanza insonorizzata. È il coraggio di restare presenti mentre fuori soffia il vento e dentro qualcosa cambia. È sapere che non tutto può essere controllato e che, forse, non tutto deve esserlo. Le persone che ricordo di più non sono quelle che hanno avuto una vita perfetta. Sono quelle che hanno attraversato il caos senza perdere la capacità di meravigliarsi. Non hanno evitato il vento. Hanno evitato di diventare pietra.

E forse è questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di farci, ogni tanto: quello che oggi chiamiamo pace è davvero pace… o è soltanto il modo più elegante che abbiamo trovato per non lasciare che la vita ci tocchi ancora?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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