‘A festa ‘e Sant’Antuono: la festa del fuoco tra fede cristiana e riti pagani

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Sant'Antonio abate, olio su tela di Francisco de Zurbaran (Galleria degli Uffizi - Firenze)

Oggi si celebra la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, o, come è popolarmente conosciuto, Sant’Antuono.

E’ una festività molto sentita dalla tradizione popolare, uno degli eventi più importanti nel panorama delle feste popolari/religiose della Campania, che rappresenta un momento storico, culturale, artistico–folcloristico. E’ un mix di religiosità, folclore, tradizioni, riti ancestrali e partecipazione popolare in cui il culto, inteso come devozione al Santo, si alterna all’aspetto pittoresco.

Sant’Antonio è il protettore del fuoco. Titolo che gli deriva da alcune leggende. Secondo una di esse Sant’Antonio avrebbe rubato il fuoco per permettere agli uomini di riscaldarsi e farne buon uso. Sarebbe sceso all’inferno e, dopo aver acceso il suo bastone, sarebbe tornato sulla terra. Secondo un’altra leggenda Sant’Antonio nacque da madre sterile, la quale, pur di avere un figlio, strinse un patto con il diavolo. All’età di dodici anni, come convenuto, Antonio, o meglio Anduone, dovette abbandonare la madre e andare a vivere con i diavoli, che lo nominarono protettore dell’inferno.

Il significato di questi fuochi ha radici antichissime ed è un segno preciso di relazione con il mondo degli inferi, con la morte; esso fa parte di quel viaggio sotterraneo nel corso del quale gli uomini eseguono una serie di riti propiziatori per favorire la germinazione del seme per cui Sant’Antonio risulta uno di quei “santi ambigui i quali hanno alcuni tratti che li avvicinano alle potenze demoniache”.

Perché Sant’Antonio nell’iconografia sacra è sempre raffigurato insieme a un maiale? E perché l’abate eremita ha un bastone con un manico a forma di T? Il bastone su cui si appoggia è spesso a forma T, o in alternativa può comparire la lettera tau sulla sua tonaca, all’altezza della spalla. Questo simbolo richiama la croce egizia, antico simbolo di immortalità poi adottato come emblema dai cristiani alessandrini. Secondo un’altra interpretazione la lettera tau allude alla parola “thauma”, che in greco antico significa “prodigio”.

Passiamo al maiale, compagno inseparabile del santo in tutte le sue rappresentazioni. Nel corso del medioevo il maiale, che aveva ancora l’aspetto del cinghiale, era infatti l’animale allevato dai monaci antoniani e secondo la tradizione il suo grasso era un antidoto contro l’herpes zoster, noto come il fuoco di sant’Antonio. Al maiale si sono quindi aggiunti altri animali, e l’abate è diventato il protettore di tutti gli animali domestici e della stalla.

Il fuoco, il bastone, l’animale divennero presto i principali simboli devozionali legati al culto di sant’Antonio abate e sono ancora oggi presenti nella tradizione religiosa popolare. I falò di sant’Antonio abate, che si accendono in moltissimi paesi, sono una pratica caratteristica ed affascinante della tradizionale vita comunitaria; così come lo è la tradizione, molto sentita in svariati luoghi, di portare gli animali dell’aia a ricevere la benedizione ecclesiastica.

Pare che il giorno a lui dedicato cada nelle vicinanze di antiche feste pagane in onore del dio celtico Lug, venerato in area germanica. Lug era colui che risorgeva con la primavera, figlio della grande madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali, animali anche in precedenza dedicati alle divinità protettrici della fertilità, come Demetra, o la latina Cerere.

Altra tradizione, profondamente legata alla devozione di Sant’Antonio, è quella di accendere fuochi in suo onore. Un rituale antico e denso di significati. L’uso cerimoniale del falò è carico di significati universali ben noti alle comunità agricole arcaiche. Non a caso è proprio nel cuore dell’inverno che si celebra la festività popolare di Sant’Antonio Abate: accendere un fuoco votivo nelle fredde notti invernali equivale alla “rottura delle tenebre” e delle forze del Male per generare uno spazio di condivisione e di socialità e disfarsi del vecchio.

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