PILLOLE DI STORIA NOCERINA Il terremoto e la fine di un’epoca

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Questo è l’ultimo capitolo delle “Pillole di storia nocerina” scritte da Angelo Verrillo, pubblicate nel 2020 dalla Biblioteca comunale di Nocera Inferiore con la collaborazione dell’Amministrazione comunale.

Il percorso dell’autore, iniziato con la entrata in vigore del Regio Decreto n. 1960 dell’11 novembre 1850, che consentì la divisione dell’unica “Nuceria Alfaterna” in due città, Nocera Inferiore e Nocera Superiore, si conclude il 23 novembre 1980 con il violento terremoto che provocò la morte di 30 nocerini e il ferimento di oltre 200, e che scatenò la voracità di organizzazioni criminali pronte ad approfittare degli ingenti contributi che il Governo mise a disposizione per la ricostruzione degli edifici distrutti, che culminò col l’efferato omicidio del Sindaco di Pagani, l’Avv. Marcello Torre, ammazzato l’11 dicembre 1980 per aver ostacolato le mire camorristiche.

Ma lasciamo la parola allo stesso autore, che ringraziamo per averci autorizzato a pubblicare dei suoi ricordi storici.

23 novembre 1980 – Il terremoto. La chiusura di un’epoca

Anche nei primi anni settanta del novecento, si fecero scelte che ancora oggi appaiono incomprensibili, oltre che dannose. La prima fu quella con la quale il Comune decise di concedere a titolo gratuito una parte di montagna, con l’autorizzazione allo sfruttamento della stessa come cava, all’ingresso della città (lato sud – n.d.r.).

Quasi negli stessi mesi, la città subiva un nuovo ricatto dall’ENI che minacciava la chiusura dello stabilimento MCM di Via Napoli. Dicevano, sostanzialmente, che avevano necessità di ingrandirsi e che, non potendo realizzare i loro progetti per mancanza di spazio, sarebbero stati costretti a trasferire la fabbrica altrove.

Per evitare una tale iattura, gli amministratori dell’epoca decisero di espropriare le terre di Fosso Imperatore, di regalarle all’ENI e di esonerare la beneficiaria anche dal pagamento degli oneri di urbanizzazione.

Alcuni di noi proposero di condizionare il regalo all’impegno dell’ENI di cedere al Comune, a trasferimento avvenuto, la proprietà dei suoli di Via Napoli. La nostra idea non fu presa in considerazione ed alcuni di noi, seppure a malincuore, furono costretti a votare contro quel provvedimento.

Nel 1972 venne finalmente approvato il Piano Regolatore e si riuscì anche ad evitare che si trasformasse in una nuova occasione di cementificazione selvaggia.

Infine, nell’estate del 1974, fu combattuta un’altra storica battaglia operaia: quella di evitare la chiusura della (industria conserviera – n.d.r.) Gambardella. Anche quella lotta finì con un accordo che sembrò una vittoria, poi quell’accordo fu sconfessato ed anche quella fabbrica entrò in una lunga e dolorosa agonia.

Nel 1980, una domenica sera, fu il terremoto a riportare nella nostra comunità i lutti e le macerie. Più del 50% dei fabbricati divenne inagibile, 33 nostri concittadini persero la vita (gran parte di loro nel palazzo che crollò a Via Isaia Gabola) e quasi 200 rimasero feriti, in modo più o meno grave. La maggioranza della popolazione cominciò a vivere prima nelle auto e poi all’interno di accampamenti che a decine sorsero in vari punti della città.

Dopo pochi giorni, centinaia di tende fecero la loro comparsa in diversi punti della città poi, quando il freddo divenne più intenso, furono sostituite dai containers. Questi ultimi furono posizionati in diverse aree pubbliche ed anche in giardini privati, dopo che il Comune ne aveva disposto l’occupazione: il più grande sorse nell’ex agrumeto delle famiglie Russo-De Francesco in Via Canale, per il quale, dopo quarant’anni, è ancora in corso un contenzioso.

Fin dai primi giorni, si creò una rete di volontariato che consentì di far giungere ai senza tetto ogni genere di aiuto: latte ed alimenti, oltre a coperte ed indumenti. Ben presto però, anche l’opera dei volontari divenne più ardua e non furono pochi gli episodi di violenza finalizzata all’accaparramento della merce trasportata. In molti pensarono che si trattasse di episodi marginali ed isolati, anche se ben presto furono costretti a ricredersi.

Dopo poche settimane dalla tragedia, divenne a tutti chiaro che, con lo stanziamento di risorse enormi per la ricostruzione, ben altri interessi e ben altre minacce gravavano su tutte le zone colpite dal sisma.

Se ne ebbe definitiva conferma quando, la mattina dell’11 dicembre 1980, venne assassinato il Sindaco di Pagani, l’Avv. Marcello Torre. Al suo funerale ebbi la sensazione netta che, da quel momento, tutto sarebbe stato più difficile: nel confronto civile e nelle scelte politiche era intervenuto un convitato di pietra che alterava e mutava le regole del gioco.

Dopo di allora, furono molti quelli che pensarono che non valesse più la pena adoperarsi per la collettività e si allontanarono dalla politica e dall’impegno sociale e culturale. Ritengo ancora paradossale che, a fare questa scelta, fossero indotte le persone migliori: erano diventate quelle più esposte proprio per la loro integrità morale e il loro disinteresse personale.

In questo contesto, negli anni successivi si arrivò alla scelta dei prefabbricati pesanti e alla loro ubicazione a Monte Vescovado. Fu detto che era una soluzione provvisoria e invece sono ancora lì: un altro dei problemi ancora da risolvere, nonostante i molteplici ed encomiabili tentativi delle ultime Amministrazioni Comunali. Non dimentico quanto detto sopra e non mi permetto di esprimere giudizi su quella scelta. Aggiungo solo che ho sempre pensato che, in un quadro diverso, con una maggiore trasparenza, partecipazione e condivisione popolare, si sarebbero potute trovare soluzioni migliori.

Con queste riflessioni, mentre si vede la luce alla fine del tunnel che stiamo attraversando, finisce l’impegno che mi ero assunto all’inizio della quarantena. Ho molto apprezzato l’interesse suscitato da questi piccoli frammenti di storia locale e sento il dovere di ringraziare quanti hanno voluto confermarmi che ne valeva la pena.  Mi auguro che quanto prima si possa continuare a parlarne.

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E’ con questo ultimo capitolo che ci congediamo dai lettori, con l’impegno che ritorneremo sull’argomento se, come sembra, Angelo Verrillo pubblicherà altre memorie.

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