Libri & Libri: La carità carnale di Monica Acito
Ospite inaugurale della prima serata di Magmatica Culturae Festival, riguardo i suoi personaggi afferma: “Non amo gli spiegoni. Non devo spiegare perché il personaggio si comporta in un certo modo, il lettore lo sa."
Quando uscì, nel 2023, Uvaspina di Monica Acito fu un caso letterario la cui eco si propaga ancora dopo tre anni. Per un libro, che oggi è destinato normalmente a resistere sugli scaffali di una libreria intorno ai tre mesi, questo è un certificato di successo. Quand’è così, penso possa essere fisiologico provare ansia da prestazione per il secondo romanzo. Non così probabilmente per Monica Acito che La carità carnale ce l’aveva sempre avuto in testa, da anni, da prima di Uvaspina, e forse già da quando, bambina, frequentava la chiesa e si incantava ad osservare le figure dei santi, delle sante soprattutto, chiedendosi che vita facessero quelle donne, cosa ci fosse oltre la santità.
E infatti La carità carnale supera addirittura Uvaspina, convincendo ancora di più, con una scrittura che, se già era notevole prima, risulta maturata ancora in questi anni.
Protagonista è Maria Pezzullo, come Uvaspina, anche lei ha una particolarità, è nata con la capa janca, per questo è da tutti chiamata Marianeve. Il suo papà è Sarchiapone, come dice il nome, tutti lo considerano un fesso che si spacca la schiena notte e giorno nel negozio di alimentari che gestisce con sua moglie, la Miciona, gattara che vive in un mondo isolato, tutto suo.
Se i nomi propri sono una specie di imprinting dato dai genitori, mistura di tradizione e augurio, i personaggi di Acito sono marchiati dai loro “scagnanomi” nei quali finiscono per immedesimarsi, volenti o nolenti. È così anche per Gabriele, il ragazzo che Marianeve conosce quando, diciottenne, si trasferisce a studiare a Napoli. Pizza vruciata, sfogliatella, rogna, lepra sono le ferite che lo segnano molto più della psoriasi in volto.
Prima di trasferirsi a Napoli, Marianeve vive coi genitori a Canfora, immaginario paese nell’entroterra cilentano. Qui c’è il racconto di un Sud non edulcorato, non instagrammabile, che vive oltre i quindici giorni del turismo estivo. Si tratta di un mondo in cui “la bellezza non ci metteva più piede: là le montagne cadevano in testa a chi era più bello e giovane del Padreterno e quindi veniva punito da Cristo in persona, con le rocce ‘ngapa. In certi paesi di poteva vivere per sempre e arrivare fino a cent’anni, ma soltanto abituandosi alla bruttezza”. Ma il Cilento è anche il posto delle radici, dove Marianeve è “a principa”, la regina della casa.
Sarchiapone è innamorato della figlia, vive per lei, (“Sei la vita nostra lo sai questo Mariane’ sì?”), per vederla diventare una artista e portare in alto il cognome dei Pezzullo è disposto a spaccarsi la schiena notte e giorno, ma soprattutto, per il suo amore, è capace di perdonare anche la menzogna. L’amore di Sarchiapone è però anche un amore soffocante, un amore che genera senso di colpa, quasi una maledizione (“Marianeve quella sera pregò come non aveva mai fatto e chiese di essere liberata non dal male, da dall’amore di suo padre”). Marianeve ricambia il padre del suo stesso amore ma al tempo stesso sa invece essere molto egoista. Giudica, prova “scuorno” per lui e davanti alle compagnelle prima e alle coinquiline poi lo tratta con disprezzo, peggio di un estraneo (“Fece finta di non avere confidenza con suo padre,… Marianeve lo salutò gelida come una minuscola lontra di fiume, come se stesse facendo una penitenza… aveva voglia di gettare le braccia al collo di suo padre”).
Il vero scandalo del romanzo è però nel dono che Marianeve ha (o forse si convince di avere). Quel dono è la carità carnale, il potere di guarire col corpo. Più esplicitamente, il potere di guarire le persone col piacere della carne. È qui che, per mezzo di Gabriele, la storia di Marianeve si intreccia con quella di Giulia di Marco, santa viva o suora eretica napoletana del 1600.
Quanto ancora il corpo -soprattutto femminile – è un tabù? Quanto il piacere del corpo è ancora ammantato di un senso di sporco che lo allontana dal candore della santità? Quanto abbiamo bisogno dell’altro per vederci, sentirci riconosciuti, accettati? Marianeve si riflette in suo padre, nelle compagnelle, nelle coinquiline, in Gabriele e, ogni volta, questi specchi le rimandano immagini diverse di sé. Con Gabriele passa dalla venerazione alla violenza sperimentando quanto la libertà del corpo e del pensiero possa ancora oggi non essere tollerata da chi quel corpo vuole controllarlo. La metamorfosi di Gabriele è particolarmente potente: emerge dalle sue fattezze umane – o animali – e dalle parole. Qui Acito è maestra nel rivelare la forza della parola che può essere carezza ma anche spada affilata.
Ospite inaugurale della prima serata di Magmatica Culturae Festival, riguardo i suoi personaggi afferma: “Non amo gli spiegoni. Non devo spiegare perché il personaggio si comporta in un certo modo, il lettore lo sa.” Ed è proprio così, il lettore lo sa perché il personaggio lo ha conosciuto, ne ha seguito l’evoluzione nel corso delle pagine, lo vede emergere dal testo come immagine a tutto tondo, scolpita.
Inserita da Luca Ricci qualche giorno fa in un articolo su La stampa (clicca qui per leggere l’articolo), tra le titolari di una ipotetica nazionale scrittori Under 35, Monica Acito stupisce per la sua voce e la sua scrittura, originali e riconoscibilissime: veraci, materiche, sinestetiche, carnali.
Sarà perché, come ha raccontato ieri sera al pubblico di Magmatica Culturae Festival, con grande precocità, già alle scuole medie, aveva letto autori come Elsa Morante e Marquez ma Monica Acito esprime una maturità compiuta che va oltre la sua età anagrafica.
Al pubblico del Festival parla della sua venerazione per i sudamericani, partita dal capolavoro di Marquez Cent’anni di solitudine per il quale – dice – prova quasi una ossessione, un sentimento carnale. “Mentre lo leggevo, sentivo che in me qualcosa cambiava” sono le sue parole. Racconta che è Remedios il suo personaggio più amato, più caro, la bambina sposa che muore tra le sue bambole, al punto da esserselo tatuato.
Per noi Monica Acito rimane invece Melquiades che trasforma in oro ciò che tocca, o meglio ciò di cui scrive.









