LIBRI & LIBRI Borgo Sud di Donatella Pietrantonio
Ci sono libri che come il sale. Ci restano incollati per giorni, senti ancora la presenza, anche se lo lavi via. E non sai quanto ti arricchiscono o feriscono
L’estate a leggere le ho sempre fatte, ma questa volta è stato una vera immersione cominciata qualche mese fa, quasi un’apnea. In pieno inverno in sintonia con NEVE di Orhan Pamuk, ho continuato con La Sonnambula per lasciare gli abissi profondi e bui dove s’immerge Pamuk. Operazione riuscita, perché Bianca Pitzorno ha sempre scritto favole per bambini e la leggerezza della sua scrittura l’ha conservata. Mi è mancato un po’ di coinvolgimento emotivo nella storia, ma forse è dovuto a questo mio modo di passare da un genere all’altro, senza limiti.
E proprio questo che, in piena calura, mi ha riportato alla scrittura di Donatella Pietrantonio (ha un cognome che mi ricordi i nostri contranomi, che derivano spesso dai nomi storpiati, o da particolari significativi, dei nostri antenati, anche in questo lei è una radice), una scrittrice che ho sentito sempre vicino, sia per la tipologia di scrittura che per le storie che narra.
Le sue origini sociali fanno presumere un percorso faticoso e tutto in salita, come le sue protagoniste. In modo spiccio diremmo: è una che ce l’ha fatta. Eppure non basta farcela per avere coscienza del percorso e saperlo narrare. Lei è uno dei rari casi di scrittori che hanno una storia da raccontare e sa farlo. Una storia che ci lascia qualcosa nel cuore per la sua poeticità, qualcosa nella testa per la fatica che sentiamo, passo dopo passo, di cercarsi e dl realizzarsi con pochi strumenti e poche possibilità sociali e familiari. Sentiamo questa fatica in ogni libro ha scritto, ma ancor più in “Borgo Sud”.
In ognuno dei suoi libri (Arminuta, Bella mia, Mia madre è un fiume, mi fermo a quelli che ho letto) troviamo una forma di resistenza e la forza della rimonta verso l’aria e la luce. È la resistenza di chi sa che nuotando sotto l’acqua non sopravvivrà e per uscirne può solo affidarsi a se stessa, senza perdere tempo a chiedersi cosa pensa di se o cosa pensano gli altri di quel se, così precario e umile.
Lucubrare, vegliare la notte per studiare alla luce di una lucerna, risalire e afferrarsi a quel che ti offre il contesto attraverso la propria strada: una nuova professione lontana dai numerosi antenati. Cercare di migliorarsi in qualsiasi modo, non è questa l’avventura umana?
“Era questa la mia famiglia. Rientravo il sabato pomeriggio per ricongiungere come Adriana alla stessa radice dolorosa. Da Pescare non portava nessuno al paese mai un’amica, un ragazzo, mai Piero, da molto tempo al ponte sul Tavo passavo da sola una frontiera che divideva in due il mondo”. (Donatella Pietrantonio– Editore Einaudi 2020 . p. 57)
Mentre leggo questo libro, seguo le immagini del telegiornale. In Spagna attraversano a nuoto quel ponte, quel sogno, come molti di noi, non tutti ci arrivano salvi. La politica che manipola, invece di indirizzare e rendere realizzabili i desideri dei giovani, commette un delitto contro l’umanità e nessun obiettivo può giustificarlo. Io non mi sento dall’altra parte, quella dei giusti, come fanno alcuni. Ho imparato, proprio dai miei cambiamenti radicali di vita, a capire che basta poco (un terremoto per esempio) e sei di nuovo dall’altra parte, a cercarti una terra o una casa che ti accoglie. Ma torniamo al nostro libro.
Ci sono libri che come il sale. Ci restano incollati per giorni, senti ancora la presenza, anche se lo lavi via. E non sai quanto ti arricchiscono o feriscono, mostrando i limiti di questo mondo dove cerchiamo di vivere, come la protagonista di questo libro, mantenendo un po’ di dignità. Quando il successo professionale è definitivo e certo, restano le ferite del percorso, le cose e persone perse senza volerlo e senza un perché. Quella malinconia sullo sfondo di una narrazione, avvolgente e perfetta, è l’aria che si porta dietro chi ha faticato tanto a ottenere i risultati vincenti e ha dovuto lasciare dietro di sé l’ambiente dove è cresciuto, per trapiantarsi in un’altra classe sociale e, spesso, non si sente né di qua né di là.
Morale della storia di questo libro rimane l’amore profondo tra lei e la sorella, che restano unite e opposte come due facce della stessa medaglia. L’omelia nella messa di questa domenica era la divisione di cinque pani e due pesci, poche risorse che sono condivise con gli altri possono moltiplicarsi, ci dice Gesù, se sottovalutiamo la solidarietà, non basta mai quel che Dio ci mette a disposizione. Ricordiamoci la crescita del dopo guerra e la mobilità sociale degli anni settanta. Quanti delle classi superiori si sono sentiti minacciati da chi arrivava dalle classi inferiori, magari più bravo senza l’aiuto di papà. Quel periodo, però, ha fatto crescere tanto il paese. Emigrare da una classe sociale all’altra, da un paese all’altro moltiplica il pane e i pesci per tutti, nel rispetto delle regole. E se queste regole fanno morti e feriti, si cambiano. Una soluzione si può trovare per superare l’interesse solo individuale di chi ha tanto e pretende di tenerselo stretto, violando ogni legge umana e divina.
“La trovo seduta sul letto rialzato. Credevo di essermi preparata e invece il suo sguardo scioglie ogni resistenza. L’abbraccio come un corpo fragile capisco all’improvviso che l’avevo quasi persa. Le hanno messo un camice a disegni geometrici e io ci piango sopra. Festeggio così la sua vita”. (op.cit. p.158)






