LIBRI & LIBRI “Ho ancora gli occhi da cerbiatto” autobiografia di un figlio adottivo dalla pelle color dell’ambra

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Il primo e – come dice lui – l’ultimo libro di Salvatore Claudio D’Ambrosio appare come una confessione solitaria delle vicende e delle sensazioni di un pezzo di vita, una sorta di diario privato al quale confessare i pesi dell’esistenza.

Leggendo, immaginavo Claudio di fronte allo specchio o forse sul lettino della sua psicoterapeuta buttar fuori la sua storia e mi sentivo come chi, dalla serratura della porta, stia spiando cosa succede in un luogo inaccessibile agli estranei, ritrovandosi invece, senza invito, partecipe della storia. L’impressione infatti è che Claudio, più che per gli altri, scriva per sé, per il bisogno di raccontarsi e di razionalizzare, grazie alla mediazione della carta e della penna, pensieri e sensazioni che altrimenti turbinerebbero nella testa, facendo male. Leggendo, ho sentito sin dalla prima riga tutto il potere terapeutico della scrittura e la meraviglia è che alla fine, non volendo, ha curato anche a me, fortunata lettrice.

Claudio comincia la sua narrazione in medias res, quando a 24 anni non sa ancora bene che strada nella vita intraprendere. Probabilmente, quell’età, per qualcuno un po’ dopo, per qualcuno un po’ prima, rappresenta il vero passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Finiti gli anni universitari, quando gli amici di sempre, chi più, chi meno, iniziano a lavorare, ci si inizia davvero ad interrogare: “Chi sono? Chi voglio essere? Cosa voglio fare?”. Il contrasto con i genitori, iniziato anni prima, non è ancora consumato e crea solitudine e insicurezza, malgrado il loro amore. In più, nel caso di Claudio vi è un padre malato, fragile, verso il quale il sentimento è fortemente ambivalente, ed una madre, forte nel dolore perché, in questi casi, farsi forza diventa una necessità per la sopravvivenza. La comunicazione tra loro tre è assente o, se c’è, è disfunzionale, non si capiscono e ne soffrono. Chi non ha provato queste sensazioni nella vita?

Mentre Claudio non sa ancora quale sia la sua identità, il padre gli muore davanti ed in una frazione di secondo si rende conto di essere diventato il capofamiglia. È successo, non conta se lui fosse pronto o meno.

Il racconto prosegue tra flashback e salti in avanti, parla della sua nascita a Serrinha, in Brasile, della sua adozione, e del “peso” che la “fortuna” di essere adottato ha generato su di lui. Bisogna pur essere riconoscenti per cotanta grazia ricevuta, no? Eccolo allora che sente “un perenne senso di dimostrare che quella promessa sarà mantenuta”, che sì i suoi genitori adottivi potranno essere orgogliosi di lui e fieri della scelta fatta. E poi salta in avanti, alle avances ricevute in un ambiguo studio fotografico da un sedicente talent scout di giovani modelli, della promessa del basket rovinosamente delusa perché noi siamo i migliori sabotatori di noi stessi, della sua malattia, dolorosamente solo accennata.

Claudio ha sofferto, è vero, perché la vita è beffarda e perché, a volte, un po’ tutti da inesperti ce le cerchiamo ma, sin dall’esergo in cui cita ”Bojack Horseman”, ci avverte: “Hey, vuoi sapere cosa faccio quando ho una giornata terrificante? immagino la mia pronipote in un ipotetico futuro che parla di me nella sua classe. Composta e divertente e racconta di me ai compagni e di come tutto si sia risolto. E quando mi metto a pensarlo, penso davvero che tutto si risolverà, perché cos’altro potrebbero dire i posteri?”
La potenza di questa breve autobiografia sta secondo me in queste sue caratteristiche peculiari.

La prima è che, malgrado Claudio sembri scrivere per se stesso più che per gli altri, riesce a rendere la sua vicenda talmente universale che sfido chiunque a leggere il libro e non riconoscervisi. La sua scrittura è talmente limpida, spontanea, vera, che arriva dritta e non si può non empatizzare con lui. Inoltre, ciò che racconta, al di là delle singole esperienze, rimanda a sentimenti universali: l’inadeguatezza nei confronti delle aspettative dei genitori, il senso di smarrimento e di vuoto, l’incapacità di dire di no, l’incomunicabilità tra generazioni opposte, la difficoltà di esprimere l’affetto e l’amore genitoriale.

E infine, probabilmente, questo libro si fa leggere e colpisce perché Claudio è una bella persona, una persona che le difficoltà non hanno indurito, che riesce a guardare con ottimismo e fiducia alla vita, che ci mette di buon umore perché ci ricorda la speranza e perché in fondo mi piace pensare che anche io, come Claudio, “ho ancora gli occhi da cerbiatto”. E anche voi.

Per chi voglia conoscere questo libro e il suo autore, la prima presentazione sarà a Salerno venerdì 16 settembre alle 18:30 presso Castorino Amore Espresso in Corso Vittorio Emanuele 21.

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