LIBRI & LIBRI Dell’amore e altri demoni

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In questi giorni ho riletto un bellissimo romanzo di Gabriel Garcìa Marquez: Dell’amore e altri demoni. Sorvolo su quello che ormai il mondo intero sa della sua scrittura evocativa e poetica, padre del realismo magico. Volevo, invece, condividere con voi una riflessione sulla diversità, di cui a mio parere questo libro tratta attraverso la forma letteraria. Gabriel Garcìa Marquez ci racconta la storia di una ragazzina, Sierva Maria, mai accettata, frutto di un inganno: la madre fa in modo di rimanere incinta per sposare il marchese. L’inganno diventa il cono di luce dentro il quale si costruisce il suo destino, il demone che l’accompagna.

Ma che cos’è un demone? Per Marquez è tutto quello che abbiamo sotto i nostri occhi, ma non riusciamo a collocare in una norma legittimata dalla nostra cultura. Sierva Maria è figlia di un marchese e di una madre che non l’ha mai voluta. Dopo averla partorita l’abbandona in mano agli schiavi e lei cresce imparando rituali e lingue africane, miscelate alla religione cattolica

Il marchese le vuole bene, ma è una persona debole e non riesce a trovare il modo per farle sentire il suo affetto, anzi è proprio lui che comincia a vedere le stranezze della figlia come preoccupanti e ne attribuisce le cause al morso di un cane affetto da rabbia. Quel morso diventa la cattiva luna di Sierva Maria, l’unica strada che potrà percorrere, la sola che vede nel buio della notte. In altre parole il suo destino è un demone potente che non ha intenzione di mollarla e “… fra le numerose furberie è molto frequente che assuma l’apparenza di una malattia immonda …”. Il potente Vescovo convince il Marchese che una volta dentro il nostro corpo “…non c’è potere umano capace di farlo uscire”.

Il morso del cane e la probabilità che sia stata contagiata dalla rabbia ha acceso l’attenzione su di lei e da quel momento in poi i suoi gesti diventano “malati” e vengono letti con lo sguardo che va verso una sola direzione: guarirla e la cura ha un solo obiettivo: farla diventare normale. Sierva Maria deve essere come tutti loro, ma gli stereotipi sono strade molto strette e comportamenti della ragazzina restano tutti fuori dai margini: non è cristiana, ma non è nemmeno africana, quindi è posseduta da un demone. Sierva Maria abita fra il cielo e la terra dove non è ammesso locazione, tutti i segni della sua identità entrano nell’elenco delle prove della presenza demoniaca. Le collane africane, da cui non vuole separarsi, donate dalle madri che l’hanno cresciuta. La traccia lunghissima, rossa come la scia di una cometa, per il voto di non tagliare i capelli fino al matrimonio. Le sue preghiere recitate in lingua africana, perché era quello il modo in cui le aveva imparate.

Nella sua innocenza Sierva Maria non si spiegherà mai tutto quello che le succede e, quando le chiedono perché l’hanno chiusa in quel convento, ripete candidamente: “ho un diavolo”.  Il pittore che la riprende la disegna su una nuvola con i demoni ai suoi piedi, lei si avvicina al quadro e dice: “È come uno specchio”, “anche i demoni” chiede il pittore e lei risponde “così sono”.

Così sono è come gli altri la vedono e dove gli altri la collocano è il suo destino. Dunque il destino è lo sguardo degli altri, quello che vedono di lei in negativo e in positivo, l’inferno e il paradiso sono qui, in questo mondo costruito dalla lettura che gli altri fanno delle nostre azioni e del nostro essere. Lo “sguardo” di chi vive con noi è il demone che ci segue. Si può fare qualsiasi sforzo per essere perfetti, ma non possiamo controllare lo “sguardo”, sociale e culturale, che ci fa essere normali o anormali. “Nessun pazzo è pazzo se ci si adatta alle sue ragioni” dice il giovane Ygnacio, il marchese, ma poi le ragioni sociali del padre e la paura della diversità lo piegano e gli faranno distruggere l’unico affetto della sua vita: la figlia.

Sierva Maria è l’unica persona che è sempre sé stessa fino alla fine, in modo spontaneo, naturale, così innocente da essere demoniaco. Morale della favola: nessuno nasce buono o cattivo, è lo sguardo sociale che lo definisce.

Non dovremmo mai dimenticare però che tutti siamo portatori di diversità e uguaglianze, il prevalere dell’una o dell’altra dipende da chi ci guarda e dal potere che ha sulla nostra vita.

Gabriel José de la Concordia García Márquez, noto semplicemente come Gabriel García Márquez soprannominato Gabo, nato ad Aracataca il 6 marzo 1927  e morto a Città del Messico il 17 aprile 2014. È stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano naturalizzato messicano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982. I romanzi più noti sono: Cent’anni di solitudine, L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata e tanti altri.

 

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