L’ARCHRITICO Atto di poesia

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Una piccola casa sulla costa, nel comune di Maiori, tra la spiaggia del “Cavallo morto” e quella dello località di Salicerchie, pochi lo sanno, compare sulla copertina di “Dialetti architettonici”, un piccolo saggio che Bruno Zevi pubblicò per Newton Compton, all’interno della raccolta “Controstoria dell’architettura in Italia”.

 

Lo appresi, con meraviglia, quando da studente in architettura acquistai il libriccino pubblicato nella collana “IL SAPERE”, che scindeva il volume in tredici singole parti.

 

Ma non fu Zevi ad accorgersi di questa piccola e suggestiva costruzione adagiata sulla scogliera, che è visibile solo da pochi punti sulla strada statale, oltre che dal mare, ovviamente.

 

A darle notorietà, infatti, fu l’architetto danese Andreas Clemmensen che, come altri suoi colleghi scandinavi, viaggiò in Italia alla fine del XIX secolo, sostenuto dallo spirito romantico del tempo.

 

Il viaggio in Italia presso minuscole comunità rurali, permise a Clemmensen di conoscere un nuovo modo di concepire l’abitare, intimamente legato al territorio, semplice e funzionale, molto distante dai fasti eclettici che, nel frattempo, andavano per la maggiore nel suo paese.

 

Dell’esperienza Clemmensen raccolse le sensazioni in un articolo che pubblicò nel 1905 su “Arkitekten”, rivista della federazione degli architetti danesi, esaltando i caratteri di quell’architettura spontanea, aggrappata alla roccia, che rimarcava la purezza dei volumi e l’essenzialità degli spazi.

 

La sua attenzione cadde dunque su quella casa “…di origini medioevali, posta appena fuori dall’abitato, lungo la strada per Conca, sul fianco della montagna” che non esitò a definire “un monumento”.

 

Clemmensen valuta che da un nucleo centrale, verosimilmente originario, come da pratica diffusa, la casa si è ampliata, aggregando nuovi ambienti in funzione dei bisogni degli abitanti e dell’andamento del terreno. Consolidamenti, aggiustamenti, addizioni, fino a giungere all’impianto attuale. E per ogni cellula Clemmensen evidenzia le coperture a volta estradossata, che, composte, restituiscono un profilo simile ad una cattedrale.

 

Nel 1923, in “L’architettura rusticana in costa d’Amalfi” Camillo Jona, parlò di “genialità” per l’architettura della costa d’Amalfi. Il più noto Giuseppe Pagano nel suo “Architettura rurale italiana” del 1936, pubblicò due foto di Clemmensen indicando le coperture della casa come esempio evoluto di «volta a botte incrociata fortemente ribassata».

 

Finché Zevi nel 1996, riprendendo gli scritti di Pagano, definisce la “casa con volta a botte incrociata sulla costa d’Amalfi” un “atto di poesia”. Vernacolare.

 

“Gremita di asimmetrie e dissonanze, rifugge da ogni impianto prospettico (…) celebra le tecniche costruttive artigianali, fluidica gli spazi (…) impersona così le invarianti del linguaggio moderno e le arricchisce eliminando linee orizzontali e angoli retti (…) Un capolavoro vernacolare degno di essere avvicinato alla cupola di Brunelleschi o all’abside michelangiolesca di San Pietro”.

 

Si esalta Zevi, scegliendo proprio una foto di Clemmensen per la copertina del suo saggio.

 

Le cose cambiano, così l’apologia d’autore, per questa casa antica sulla costa amalfitana, è probabilmente tardiva.

 

Christian De Iuliis

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