CINEMA “Richard Jewell” di Clint Eastwood

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Clint Eastwood aggiunge un altro tassello alla ricostruzione dell’immagine della società americana, all’analisi delle tematiche che la condizionano e la influenzano, alla facilità con la quale gli americani vengono manipolati, e alla faciloneria di chi, pure di fare notizia, non esita a santificare oppure a demonizzare uomini e circostanze.

Non è che questo non capiti anche in altri paesi, anche il nostro non ne è esente, ma probabilmente noi siamo più smaliziati, meno creduloni, probabilmente abbiano un senso critico molto più marcato, almeno fino a questo momento, anche se tutto, intorno a noi, fa in modo che queste virtù siano sempre più compresse in quanto fa comodo al potere avere un popolo di creduloni che ingoiano tutto senza riflettere, senza filtrare, come sta purtroppo avvenendo in milioni di nostri compaesani che pendono dalle labbra del primo imbonitore di turno e la TV ci mette del suo.

L’ultimo film di Clint Eastwood, “Richard Jewell”, è un altro piccolo gioiello che si va ad aggiungere ai tanti che questo impegnato regista ci ha dato, uno per tutti “Gran Torino” del 2008, che evidenzia come la società statunitense venga condizionata dall’opinione pubblica e non abbia filtri, una società brutale, ignorante e imbottita di odio per gli immigrati e i diversi.

“Richard Jewell” è tratto da un episodio vero, avvenuto ad Atlanta, durante le Olimpiadi, il 27 luglio 1996.

Un giovane addetto alla sicurezza, Richard Allenswort Jewell, nato come Richard White il 17 dicembre 1962, obeso, molto legato alla mamma che lo adora, mite, fissato per l’ordine e le regole, che ha impostato la sua vita su tali principi per il rispetto dei quali intravede nelle forze dell’ordine, delle quali aspira a far parte, i tutori degli stessi, scopre sotto una panchina uno zaino che sembra dimenticato; la sua scrupolosità lo induce ad avvertire i poliziotti i quali, sebbene inizialmente non credano che quello zaino possa contenere esplosivo, dal controllo insistentemente sollecitato dal giovane si rendono conto del pericolo e fanno immediatamente sgomberare l’area, intervento grazie al quale l’esplosione fa danni molto limitati: solo due morti rispetto alla strage che avrebbe potuto provocare.

Richard Jewell viene considerato un eroe, l’intero paese gli è riconoscente, in poche ore tutti lo glorificano, giornali, radio e televisione fanno a gara per accaparrarsi una sua intervista, case editrici vogliono pubblicare un libro sull’accaduto, la mamma del giovane è al settimo cielo, Richard si sente realizzato e speranzoso che quello che ha fatto lo possa fare entrare nella polizia.

Ma il diavolo, come suol dirsi, fa le pentole ma non i coperchi e l’ FBI, al quale competono le indagini per la individuazione del responsabile, ritiene che sia stato lo stesso Richard a organizzare il tutto: il profilo psicologico del giovane corrisponde, si tratta solo di “incastrarlo”, ma in maniera che egli non se ne accorga sfruttando il suo senso del dovere e la sua infatuazione per le forze dell’ordine. Negli USA le regole di tutela di un sospettato sono molto meno rigide rispetto alle nostre, la polizia ha molto più potere, e l’FBI cerca di risolvere il caso in quattro e quattr’otto, con un trabocchetto.

Richard è buono ma non stupido, e quando si accorge che qualcosa non va, si rifiuta di collaborare e si mette in contatto con un conoscente avvocato che lo seguirà fino alla fine e grazie al quale Richard dimostrerà la sua totale estraneità.

Frattanto, però, un agente dell’FBI, pressato da una giornalista rampante e alla continua ricerca di scoop, per i quali è disposta a tutto, in cambio di una prestazione sessuale (ma questo particolare non sembra documentato) rivela che i sospetti sono su Jewell; la pubblicazione di ciò sconvolge il tutto e il giovane, in poche ore, passa da eroe nazionale a terrorista, e gli stessi media che qualche ora prima lo pressavano per osannarlo, diventano l’incubo di Richard e della mamma, tutto precipita dalle stelle alla stalla, la loro vita diventa un inferno che durerà tre mesi, fino a quando Richard, in un drammatico interrogatorio, non riuscirà a dimostrare la sua totale estraneità che, pure non convincendo l’agente che aveva anticipato la indiscrezione alla stampa, viene ufficialmente riconosciuta.

Memorabile la sua autodifesa, durante la quale Richard invita a riflettere sul sistema criminalizzante di un innocente, che porterà a far si che, in futuro, se qualcuno si accorgerà di qualcosa che non va, di un pericolo incombente, per evitare grattacapi farà finta di niente: uno scorcio di alta drammaticità che fa riflettere.

E il giovane verrà nuovamente portato dalla stalla alle stelle.

La storia ha un lieto fine, sei anni dopo viene rintracciato il vero responsabile, Richard entra effettivamente nella polizia, ma pochi anni dopo, il 29 agosto 2007, a soli 44 anni, muore per diabete aggravato dallo stress che la vicenda giudiziaria gli aveva provocato.

Qualche giornale ha detto che questo film è uno del migliori del Regista Eastwood, il quale, nella sua lunga carriera cinematografica, è passato dal ruolo di attore taciturno e senza nome dei western della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone, e di numerosi altri, a quello dello spavaldo e invincibile poliziotto della serie dell’Ispettore Callaghan, che molti hanno bollato come reazionaria e fascista, non perdonando a Eastwood le sue simpatie repubblicane, che però nei suoi film non emergono, segno che non sempre una ideologia debba essere bollata come il male assoluto in contrasto con l’altra opposta considerata il bene assoluto; una ortodossia che non  sta né in cielo né in terra, e anche questo è un aspetto da non trascurare e che bene evidenzia il film “Richard Jewell”, da non perdere.

 

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