INTERVISTA SULLA CITTA’ Vito Bentivenga: “Cava è un caleidoscopio di opportunità”

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foto Gabriele Durante

Giornalista, caposervizio del quotidiano “la Città” di Salerno, Vito Bentivenga, nato ad Eboli 47 anni fa, da tre anni circa vive a Cava. “Ho iniziato l’attività giornalistica per caso, agli inizi degli anni Novanta, collaborando con una radio locale e poi, nel giro di qualche mese con il quotidiano “Roma” che aveva una forte presenza sul territorio salernitano”. Dal 1996 lavora al quotidiano “la Città” dove si è occupato prima di cronaca dei comprensori e poi, come caposervizio, di cronaca cittadina. Inoltre, si è occupato dell’interazione tra il sistema editoriale e la piattaforma gestionale del sito internet, e del coordinamento del web. Nei venti anni in cui “la Città” ha fatto parte del Gruppo editoriale l’Espresso – la Repubblica, ha svolto varie attività giornalistiche presso strutture del gruppo stesso.

Quali sono a suo avviso i punti di forza della città?

Per me che vivo solo da qualche anno a Cava, il pregio principale della città è quello di avere una forte identità, non molto diversa dall’immagine che ne avevo quando ci venivo occasionalmente: segno che ha saputo crescere senza snaturarsi.

E i punti deboli?

Si nota molto la differenza tra il centro e le frazioni. È un problema comune a tante realtà urbane: la scarsa manutenzione e l’inciviltà di chi, ad esempio, approfitta di ogni piazzola per disfarsi della spazzatura trasformano le zone periferiche in luoghi in cui, oggi più che in passato, si avverte il degrado. Questo è il risultato di una sommatoria di difficoltà: le ridotte somme a disposizione degli Enti – Comune e soprattutto Provincia – non consentono di effettuare neppure la manutenzione ordinaria. Il ciclo dei rifiuti, in via di riorganizzazione da anni, si unisce all’inciviltà di alcuni con il risultato che è sotto gli occhi di tutti e con un aumento dei costi dovuto alla necessità di trovare ciclicamente soluzioni tampone.Tuttavia, la politica non può utilizzare questo argomento come alibi, dal momento che ne è l’unica colpevole. E nessuno schieramento è esente da responsabilità perché in questi anni, negli enti coinvolti – dalla Regione al Comune passando per la Provincia – centrodestra e centrosinistra si sono alternati al potere. A Cava, poi, la vastità del territorio rende difficile anche il controllo su questi fenomeni. E poi c’è il traffico. Non come nella Palermo di “Johnny Stecchino” in cui era utilizzato come pretesto per tacere di altri problemi. L’apertura della rampa del trincerone e l’imminente inaugurazione del sottovia sono una importante valvola di sfogo, ma resterà l’imbuto tra la fine del trincerone e l’incrocio antistante l’ingresso della stazione ferroviaria. E anche utilizzare le strade a monte della linea ferrata non consente di evitare questa strozzatura. Così come pure il tracciato dell’autostrada rende impossibile, o oltremodo oneroso, ipotizzare un secondo svincolo che ridurrebbe in parte il traffico cittadino.

In prospettiva cosa serve alla città per crescere?

Continuare a puntare sulle infrastrutture di servizio. Il ruolo che deve svolgere chi amministra è quello di creare le condizioni per lo sviluppo. L’esempio è la disponibilità di posti auto offerta dal trincerone. È esattamente ciò che è venuta a mancare negli ultimi anni a Salerno e, quindi, non è un caso che la movida si sia trasferita dal capoluogo al Borgo Scacciaventi favorendo la crescita di un’attività di ristorazione e intrattenimento variegata che magari causa qualche disagio ai residenti, ma di sicuro crea economia in un circuito aperto, non legato solo alla domanda locale. Senza dimenticare che i parcheggi, fino ad una certa ora, servono anche ai clienti dei negozi e agli utenti dei tanti servizi, anche pubblici, che si trovano a due passi dal trincerone. Ecco, magari una cosa potrebbe essere d’aiuto: una politica tariffaria che tenga conto della sosta breve, ma questo è un altro discorso. Tornando alle infrastrutture, lo stesso ragionamento vale, ad esempio, per quelle a servizio dell’area produttiva. E, poi, occorre creare dei veri e propri microsistemi. Penso al turismo religioso: chi viene a Cava per visitare la Badia, poi va via e prende altre destinazioni senza fermarsi neppure a pranzo perché nel pomeriggio non avrebbe nulla da fare; allo stesso modo, i pullman con i fedeli che, ad esempio, raggiungono il santuario dell’Avvocatella arrivano direttamente di pomeriggio e a sera vanno via, la città neppure la vedono. È così difficile fare rete? Le ricadute economiche sarebbero notevoli.

Una cosa che su tutto lei ritiene essere aper la città una piaga da curare, un male da debellare?

Vale quanto detto prima: ci sono dei problemi su cui intervenire, in alcuni casi con soluzioni immediate, in altri facendo un ragionamento in prospettiva.

Guardando oggi la città, cosa vorrebbe che tornasse dal passato?

A questa domanda credo possa rispondere solo chi è nato e cresciuto a Cava. Senza, però, cadere in tentazioni nostalgiche: bisogna saper raccogliere le sfide del tempo e questo Cava lo ha saputo fare anche giocando d’anticipo, come ad esempio col centro commerciale che, quando nel Salernitano ancora non ce n’erano altri, cercava di coniugare la storica vocazione commerciale con le nuove tendenze.

E del presente cosa salverebbe?

Sono tanti gli aspetti positivi. Anche a Cava la crisi ha portato alla chiusura di storiche attività, nel settore produttivo come in quello commerciale. Tuttavia, c’è un tessuto economico che è ancora sano. Occorre ripartire da questo, vigilando su fenomeni che attecchiscono più facilmente nei sistemi economici dinamici come comunque continua ad essere quello cavese. E, purtroppo, segnali d’allarme non mancano.

Cosa invece butterebbe del passato e anche del presente?

Meglio non buttare nulla e tenere tutto bene a mente per farne tesoro.

Ad un politico che si accingesse a governare Cava lei quale consiglio, suggerimento, indicazione darebbe?

Da cittadino dico che la dote più importante di un amministratore locale è quella di non fermarsi all’ordinario, ma di avere una visione anche di prospettiva e una capacità progettuale di lungo periodo. Dicevo prima del trincerone: ecco, oggi finalmente quell’opera è completa, ma perché c’è stato chi, anni fa, l’ha pensata. In questi anni non mi sembra di aver sentito di altri progetti di questa portata da mettere in campo per il futuro. È stato solo riproposto quello del tunnel per raggiungere la Costa amalfitana e, in questo caso, viene da chiedersi se sia stato fatto un calcolo del rapporto costi/benefici. Non mi riferisco alla spesa di un’opera così importante, quella dev’essere commisurata all’obiettivo da raggiungere. Penso piuttosto ad una valutazione su vantaggi e svantaggi: i cavesi raggiungeranno più facilmente il mare, ma non saranno gli unici ad utilizzare quel percorso, con il serio rischio di portare a Cava il caos traffico che oggi c’è a Vietri.

E agli attuali amministratori comunali quale consiglio, suggerimento, indicazione si sentirebbe di dare?

Vale lo stesso ragionamento. Non è facile amministrare nelle condizioni attuali in cui versano gli enti locali, specialmente una città così particolare come Cava per la sua conformazione urbanistica. Tuttavia, se portare avanti e magari a conclusione il lavoro avviato da altri è già un’opera meritevole, e in particolar modo nelle condizioni di cui dicevo, se oggi non si progetta nulla per il futuro, c’è il serio rischio tra dieci anni di trovarsi indietro.

In una stagione politica senza partiti ideologici, ha ancora senso dirsi di destra, di centro o di sinistra? Se sì, cosa significa per lei essere di sinistra, di centro e di destra?

La lezione di Bobbio è ancora attualissima. I mutamenti sociali, oggi molto rapidi, ci mettono di fronte a nuove sfide, ma anche queste sono analizzabili secondo le categorie tradizionali. Semmai il problema è come ciascuno di noi “legge” se stesso e definisce la propria collocazione. E, più che di partiti ideologici, si avverte la mancanza di partiti tout court: del resto, senza un sostrato ideologico i partiti si riducono a quello che sono oggi, vale a dire delle sigle dietro le quali operano gruppi di potere che non svolgono una selezione delle istanze da portare avanti né formano il personale politico, ma si limitano ad indicare chi collocare nelle istituzioni, favoriti in questo da alcuni sistemi elettorali in vigore che riducono sensibilmente la possibilità di scelta dell’elettore.

In un’epoca come questa in politica contano più gli uomini o i programmi e le idee?

Conta sempre la sintesi di queste tre cose, ma l’impressione è che – soprattutto in ambito locale – si scelga solo la persona. Non è detto che sia un male, ma così non si conferisce un mandato, si firma una delega in bianco.

Un’ultima domanda. Per definire Cava quali sono l’aggettivo qualificativo e/o il sostantivo che utilizzerebbe? E perché?

Preferisco un’espressione: un caleidoscopio di opportunità. E credo non ci sia bisogno di spiegare il perché.

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