Intervista a Mauro Felicori: “Sogno Ravello come la Woodstock della musica classica”

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“La Campania deve crescere in megalomania”. E’ con questa ‘sentenza’ lapidaria, insieme a un cordiale saluto, che ci accoglie il commissario della Fondazione Revello, Mauro Felicori.

– Commissario ben trovato. L’ultima volta che ci siamo visti era il direttore della Reggia di Caserta, oggi è a capo della Fondazione Ravello. L’idea che aveva della Città della Musica prima del suo insediamento a gennaio ha combaciato poi con la realtà che ha trovato sul posto? Che accoglienza ha ricevuto?

“Ho trovato quello che mi aspettavo. Negli anni in cui ero direttore a Caserta ho avuto modo di conoscere Ravello da utente ed ho apprezzato la rassegna musicale, che ritengo sia un ottimo festival. Gli anni d’oro sotto la presidenza di Domenico De Masi non sono continuati sempre sullo stesso livello, però si è rimasti sempre in un ambito di eccellenza. Sicuramente il suo periodo ha lasciato un segno, lui anche personalmente era molto impegnato, a Ravello aveva casa, e per una somma di ragioni ha fatto un gran lavoro, non ultimo il fatto che è uno dei personaggi più colti, istrionici e impetuosi d’Italia.

Al di là della nostalgia De Masi, che vedo tanti provano, devo dire che ho trovato una situazione buona al mio arrivo. E’ chiaro, benché la situazione sia buona, ci sono diversi piccoli problemi, personali e istituzionali, il mio arrivo è stato contrassegnato da polemiche e ricordi di polemiche, in cui io non mi sono voluto intromettere. Devo guardare avanti e prendermi le mie responsabilità. Ho avuto il compito di commissario e il commissario è un uomo istituzionalmente solo, che risponde di tutto, non ha organi intorno, quindi non deve tutti i giorni concertare quello che deve fare, ma non può neanche dissimulare. Quindi nei rapporti con le istituzioni sono andato all’essenziale, cercando di capire le domande cui rispondere.

Il presidente De Luca mi ha chiesto di organizzare un buon Festival. Considerando che mi sono insediato a gennaio e non c’era nulla di predisposto, abbiamo dovuto correre. Io ho ritenuto di ripensare il Festival in una chiave ambiziosa. Ovvero, dato che siamo già a un buon livello, dobbiamo e possiamo sperare di fare di più. Evitare quindi di livellarsi su di un certo standard, come può essere abitudine delle istituzioni. Una megalomania positiva, unita all’ambizione, è molto importante. Il turismo in Costiera è molto forte a prescindere dal Festival, ma sicuramente non sarebbe la stessa cosa andare in una Ravello priva del suo Festival. In uno scenario che è già di per sé fantastico, si può fare molto di più; la stagione turistica può iniziare a Pasqua e terminare a novembre. Sono frontiere nuove che si aprono, anche in termini di sinergie. Ravello deve stare all’interno di un discorso più ampio, in filo diretto con Napoli che deve ambire ad essere sempre più capitale europea della cultura, dove per Napoli io intendo almeno tutto il territorio della Campania”.

– Cosa intende esattamente?

“Andando all’essenziale, c’è un sistema campano, di cui Napoli è la capitale, che può rafforzarsi molto culturalmente nel mondo. L’accordo che abbiamo stipulato con il Teatro San Carlo, uno dei più famosi e prestigiosi al mondo, è un primo passo in tal senso. Il San Carlo può contare su Ravello come il suo palco estivo e trarne un rafforzamento da ciò. E se il San Carlo è più forte, siamo tutti più forti. E con il San Carlo possiamo anche ri-aprire alla danza, mentre è un bel segnale anche la collaborazione con Città della Scienza e, nel tempo, tanto potremo fare con il Napoli Teatro Festival, il Festival Jazz di Pomigliano, il Madre”.

– Lei auspica una maggiore collaborazione tra le istituzioni del territorio, se abbiamo capito bene…

“Sì, è così. Se giustamente diciamo che il Ravello Festival è una istituzione internazionale dobbiamo evitare le piccole polemiche, guardare avanti e lavorare con animo positivo ad un sistema di relazioni che rafforzi questo ruolo. Del resto, ritengo che il governatore De Luca mi abbia nominato commissario anche perché lui stesso desidera tenersi fuori dalle polemiche del passato, il che però non vuole certo dire non ascoltare le istanze locali. Già che parliamo del Presidente, ho già avuto modo di dire in altre occasioni che non ha mi posto condizioni o condizionamenti. Con piacere posso affermare di aver avuto carta bianca e fiducia piena da Vincenzo De Luca. Questo naturalmente aumenta la mia responsabilità, se sbaglio non posso dare le colpe a nessuno”.

– Al suo insediamento lei ribadì la volontà di voler ascoltare tutti: i suoi predecessori e quanti vivono e lavorano a Ravello, eppure il sindaco, Salvatore Di Martino, l’ha definita un podestà. Non vi siete mai interfacciati o vi sono stati dei problemi di comunicazione?

“Ho parlato col Sindaco e gli ho chiesto quali erano le sue aspettative e lui, giustamente, mi ha risposto che è nel suo interesse la crescita del territorio. Nel caso di Ravello siamo già a livelli altissimi. Ho compreso che la sua preoccupazione principale riguarda l’Auditorium “Oscar Niemeyer”, un onere molto grande per un piccolo paese come Ravello, tanto più ora che comincia ad avere bisogno di manutenzione. Il Sindaco, legittimamente, sente il bisogno di inserire questo Auditorium in una compagine in cui possa anche lui trovare sollievo dei carichi crescenti che si ritrova. Vuole avere una unica gestione, se non una unica proprietà, del patrimonio ravellese, Villa Rufolo, Auditorium, Palazzo Episcopio, e ha ragione, io condivido la sua preoccupazione e il suo obiettivo.

Quanto all’epiteto, la questione non è personale: i commissari hanno poteri straordinari e, volendo, li si può definire polemicamente podestà. L’importante è che questo status straordinario duri poco. Col progetto che consegnerò a luglio, a termine del mio semestre di commissariamento, ritengo di aver risposto positivamente alle aspettative del Sindaco. Spero dunque, per seguire il suo lessico, di essere ricordato come un podestà, ma medievale (n.d.c. Il podestà era il titolare della più alta carica civile nel governo delle città dell’Italia centro-settentrionale durante il Basso Medioevo).

L’Auditorium necessita di manutenzione ma, soprattutto, ha bisogno di diventare uno dei punti nevralgici in Europa per convention aziendali e congressi. Deve quindi dotarsi di una struttura commerciale che lo proponga a livello internazionale. L’Auditorium non può vivere di sola cultura. Purtroppo ora non ci sono le condizioni economiche. Si sa: ogni volta che si apre un sipario, piange un ragioniere; qualunque spettacolo di alta qualità si appronti c’è un costo pubblico. Quindi suggerisco che l’Auditorium sia utilizzato non solo per fini culturali, ma anche per uso commerciale”.

– Quali benefici potrebbe trarre il territorio da questo utilizzo commerciale dell’Auditorium di Ravello?

“Verrebbero da tutta Europa dirigenti, uomini d’affari, intellettuali e conoscerebbero la realtà di Ravello e della Costiera amalfitana. Il ritorno d’immagine (e non solo) sarebbe estremamente positivo”.

– Lei ha detto che i commissari devono durare poco. A che punto è la redazione del nuovo Statuto della Fondazione?

“E’ ormai pronto. Entro la fine del mese manderò a De Luca la mia proposta. Lo Statuto è la forma giuridica di un pensiero strategico che esplicita quello che sarà Ravello potrebbe essere tra dieci o vent’anni, quale ruolo deve giocare nello sviluppo dell’economia costiera e come la Fondazione Ravello possa essere al servizio di tutta un’area vasta: di Cava, di Vietri, di Positano, del Parco dei Monti Lattari e via discorrendo”.

– Sta dicendo che sogna una Fondazione di più ampio respiro che non guarda solo a Ravello, ma anche al territorio circostante?

“Esattamente. Ci sono molto beni culturali nel territorio che meriterebbero un restauro e di essere aperti al pubblico. Mi piacerebbe che così come gestiamo Villa Rufolo, potessimo gestire altri siti. Potremmo per il territorio non essere solo Festival, ma anche curatori di beni culturali. Io insisto molto anche sull’aspetto naturalistico. Potremmo, ad esempio, aiutare molto di più il Parco dei Monti Lattari a svilupparsi. Il turismo che integra cultura e ambiente è un grande attrattore, soprattutto per i paesi del Nord Europa. Sport, benessere, cibo genuino sono tutti elementi qui presenti e che registrano un trend in crescita. Io immagino una Fondazione che, in accordo con i sindaci e gli enti territoriali, si prenda delle responsabilità”.

– Che progetti ci sono per Villa Episcopio? L’edificio, uno dei più importati di Ravello, è di proprietà regionale ed è destinato a rafforzare le attività della Fondazione Ravello.

“Abbiamo immaginato Villa Episcopio soprattutto come luogo di alta formazione musicale. Io mi sono occupato per tutta la vita di giovani artisti e di conservatori. Ho una passione enorme per tutto questo e sono convinto che Ravello possa essere la Woodstock della musica classica, dove s’incontrano tutti i giovani musicisti del mondo. Pensi che è la Sorbona che ci ha contattati per chiederci di far venire la propria orchestra giovanile. Ma la stessa organizzazione fiorentina che tiene i rapporti con le orchestre giovanili ha già prenotato per febbraio 2020 per un’orchestra di ragazzi provenienti dagli Stati Uniti che vogliono venire a suonare a Ravello. Il progetto è fattibile e riguarderà tutto il territorio, non soltanto Ravello”.

– Sta dicendo che con la cultura si mangia?

“Certo! Anzi, nel tempo si mangerà soltanto con la cultura. Io sono solito usare l’esempio dell’acqua minerale: chi è che compra l’acqua minerale soltanto perché ha sete? Nessuno. Si comprano tutti i messaggi annessi, la bellezza, la giovinezza, la salute, il packaging… si compra cultura, si beve cultura”.

– Come si concilia l’affermazione che si mangerà solo di cultura con il fatto che quando si parla di cultura c’è sempre un ragioniere che piange?

“La mia era una battuta per dire che quando parliamo non ci dobbiamo prendere in giro. La cultura costa, produce ricchezza ma costa. Ma sono costi che, quando necessari, devono essere assunti serenamente da una comunità evoluta, senza ostilità, senza tener dietro ai manager scadenti che “quando sentono la parola cultura mettono mano alla calcolatrice”; ne ho visti tanti. I grandi progetti culturali non possono che essere in deficit e le istituzioni pubbliche devono sovvenzionarli, pretendendo che siano gestiti in modo efficiente (spesso l’aggettivo culturale viene usato come alibi per non avere uno stile aziendale).

Io poi faccio una grande distinzione fra gestione dei musei e dei beni culturali e spettacolo dal vivo. Mentre trovo che i musei, piuttosto che essere maggiormente sovvenzionati dovrebbero essere aiutati ad aumentare il proprio pubblico e le proprie entrate (messi in condizione di pescare piuttosto che mandare loro il pesce), discorso a parte meritano gli spettacoli dal vivo, che ad un certo livello di qualità hanno un loro costo non indifferente, ed è inevitabile che debbano essere coperti dal denaro pubblico. Al riguardo va detto che tagliare i soldi per gli spettacoli dal vivo è un delitto, peraltro inutile. Se si decide di tagliare lo spettacolo dal vivo con lo scopo di sgravare il bilancio dello Stato, si infligge un danno enorme alla cultura mentre le finanze nazionali neanche se ne accorgono. Dobbiamo togliere ai teatri tante cattive abitudini consolidate negli anni, ma ricominciare a rifornirli di danaro. E’ una immagine dell’Italia cui non possiamo rinunciare”.

– Commissario, ci consenta una battuta al termine di questa chiacchierata: quest’intervista è stata musica per le nostre orecchie. Grazie.

“Grazie a voi”.

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