I novant’anni di don Carlo Papa: Dialogo sulla fede

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Quando gli si chiede se ha paura della morte, risponde con disarmante serenità: “Alla mia età, che il tempo che resta sia ormai breve, non è più una convinzione. È  una certezza. Ed  una grazia, perché si comincia a pregustare la gioia dell’incontro con Dio. A voi amici e fedeli chiedo di pregare per me, di accompagnarmi con le preghiere nel viaggio che a breve intraprenderò”.

Mons. Carlo Papa, vicario generale emerito dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, ha compiuto novant’anni l’altro ieri, 26 di dicembre.

Vietrese di nascita, a 15 anni ebbe il suo primo, traumatico impatto con  la storia. Sulla spiaggia della Marina di Vietri scorse sulla sabbia due corpi senza vita. “Erano giovani, la loro carne era ancora così fresca… vidi la morte con i miei occhi!”, ricorda. Quei due ragazzi erano stati uccisi negli scontri della battaglia del settembre del ‘43. Gli anglo-americani, sbarcati nella Piana del Sele, risalivano verso Roma. Avevano quindi occupato la marina, mentre i tedeschi ancora controllavano Cava de’ Tirreni. “Stretti nella morsa tra gli anglo-americani ed i tedeschi – continua don Carlo – restammo separati dal mondo per 17 giorni. Soffrimmo la fame; per non morire raccoglievamo i resti di alimenti, li bollivamo e mangiavamo. Quando, dopo 17 giorni, arrivò un carretto da Nocera che portava delle zucche, finalmente potemmo pranzare con roba fresca. Fu il pranzo più saporito della mia vita”.

Nove anni dopo don Carlo fu ordinato sacerdote ed il 30 giugno del ’52 celebrò la sua prima messa nella concattedrale di Santa Maria dell’Olmo a Cava de’ Tirreni, dove l’altro ieri è stato festeggiato con una messa solenne, celebrata da mons. Orazio Soricelli, attuale arcivescovo della Diocesi. “Da quel giorno – dice di lui il prelato – tanta grazia è passata per le sue mani, per la sua bocca, soprattutto attraverso il suo cuore”. Per decenni don Carlo ha retto parrocchie, ha formato presbiteri, ha sollecitato vocazioni. Ha diretto la Pastorale vocazionale diocesana e regionale e tenuto gli esercizi spirituali per tutto lo stivale, dalle Alpi alla Sicilia. “Gli esercizi spirituali che ho guidato, sulle orme di Sant’Ignazio di Loyola, sono stati sempre ispirati al senso profondo del battesimo. L’amore di Dio previene il nostro, Dio ci ama prima”. Attualmente è Consigliere Nazionale della FIES (Federazione Italiana Esercizi Spirituali) e suo Vice-direttore per la Regione Ecclesiastica Campana. Di sorprendente vivacità fisica ed intellettuale, non manca di garantire la sua assistenza spirituale ai medici cattolici associati nell’A.M.C.I. e tuttora regge la Chiesa di San Vincenzo a Cava.

Monsignore – gli chiedo – ha avuto modo mai più, dopo quei giorni del settembre del ’43, di imbattersi nella brutalità della storia?”. “Negli anni ’90, guerra dei Balcani. Ero allora direttore della Caritas Diocesiana e, nella funzione, guidai una nostra delegazione che portò i nostri aiuti in Croazia, a Sibenik, con la cui diocesi avevo voluto stabilire un gemellaggio. Rischiammo la vita”.

Don Carlo crede fortemente nel dialogo ecumenico e nell’unità dei cristiani, in particolare nell’avvicinamento tra la Chiesa di Roma e quelle d’Oriente. Conseguì nel ’68 il dottorato in Sacra Teologia proprio con una tesi sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa. “Mi ha sempre affascinato la simbiosi tra teologia e liturgia propria della Chiesa ortodossa ed ho sempre creduto nel dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi. Negli anni ’90 in Grecia dialogai con Metalinous, uno dei teologi d’Oriente più ostili a Roma. Ce ne arricchimmo entrambi”.

Chissà se una figura della sua spiritualità abbia mai avvertito dentro di sé il tormento del dubbio, la minaccia che l’esercizio della ragione possa abbattere le fondamenta della propria fede. “Il dubbio fa parte dell’esistenza di ogni uomo di fede. Nel N. T. si racconta come gli stessi apostoli, pur in contatto diretto con Gesù e  finanche nel momento della sua riapparizione dopo la resurrezione, o  quando ascese al cielo, ebbero dei dubbi, vacillarono”. E Lei, monsignore,  come ha vinto i suoi dubbi? “Blaise Pascal dice che dentro ognuno di noi convivono due tensioni, una verso la luce, l’altra verso le tenebre; una verso il bene e l’altra verso il male. È il nostro io che deve decidere dove vuole tendere”.

Avrei voluto chiudere il nostro troppo breve incontro chiedendogli un orientamento rispetto agli scandali che stanno turbando la Chiesa in questi anni, ma insieme veniamo sopraffatti dalla gente che vuole abbracciarlo, fargli auguri, baciarlo. Fa solo a tempo a dirmi: “Se riconosci Gesù nel tuo prossimo, non ti macchierai”. Chissà se era rivolto a me, o ai presbiteri di questi tormentati tempi.

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