Quando il popolo vota, ma non sceglie
La democrazia rappresentativa si fonda sull'idea che il Parlamento debba essere, per quanto possibile, lo specchio della società e del pluralismo politico esistente nel Paese. Più ci si allontana da questo principio, più cresce il rischio di una concentrazione del potere nelle mani di gruppi dirigenti sempre meno controllabili dagli elettori
Le democrazie raramente si indeboliscono attraverso rotture improvvise. Più spesso cambiano lentamente, quasi impercettibilmente, fino a quando ci si accorge che il rapporto tra cittadini e istituzioni non è più quello di una volta.
Per questo il dibattito sulla nuova legge elettorale merita una riflessione che vada oltre le convenienze del momento e le appartenenze politiche. La questione non riguarda soltanto chi governerà domani. Riguarda il modo in cui i cittadini partecipano alla formazione del potere democratico.
La prima anomalia è rappresentata dalle liste completamente bloccate. In un sistema del genere gli elettori scelgono un simbolo, ma non possono scegliere i parlamentari che li rappresenteranno. La selezione della classe dirigente viene trasferita dalle urne alle segreterie dei partiti. L’eletto finisce così per dipendere più da chi lo ha collocato in lista che dai cittadini nel cui nome eserciterà il mandato parlamentare.
A questo si aggiunge la presenza di un ampio listino di parlamentari sostanzialmente nominati dall’alto e il mantenimento delle pluricandidature, che consentono ai leader di partito di garantire l’elezione dei propri fedelissimi. Si rafforza così una dinamica che da anni caratterizza la politica italiana: la progressiva trasformazione del rappresentante in un delegato del vertice anziché degli elettori.
Altro punto delicato è l’ abnorme premio di maggioranza.
Ogni sistema elettorale deve trovare un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Tuttavia, quando il premio diventa troppo ampio, il rischio è che si produca una significativa alterazione della volontà espressa dagli elettori. Una coalizione può ottenere una determinata percentuale di voti nel Paese e ricevere una percentuale molto più elevata di seggi in Parlamento, con un effetto moltiplicatore che finisce per incidere sulla stessa natura della rappresentanza democratica.
Il problema non è chi benefici oggi di quel premio. Domani potrebbe beneficiarne una forza politica diversa. Il problema è il principio.
La democrazia rappresentativa si fonda sull’idea che il Parlamento debba essere, per quanto possibile, lo specchio della società e del pluralismo politico esistente nel Paese. Più ci si allontana da questo principio, più cresce il rischio di una concentrazione del potere nelle mani di gruppi dirigenti sempre meno controllabili dagli elettori.
Da tempo la scienza politica mette in guardia contro questa tendenza. Robert Michels la definì oltre un secolo fa “legge ferrea dell’oligarchia”: ogni organizzazione tende spontaneamente a concentrare il potere in poche mani. Le istituzioni democratiche nascono proprio per contrastare questa deriva, non per agevolarla.
Per questo una legge elettorale non dovrebbe mai essere considerata una semplice norma tecnica. Essa rappresenta il codice genetico della democrazia. Determina chi sceglie, chi decide, chi rappresenta e chi controlla.
La domanda che dovremmo porci, allora, è molto semplice: stiamo costruendo un sistema che rafforza il ruolo dei cittadini oppure un sistema che rafforza il ruolo dei gruppi dirigenti?
Perché una democrazia resta viva non quando il popolo viene chiamato a votare, ma quando il popolo può davvero scegliere.







