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Opinioni

Nel buio del Medio Oriente, possiamo ancora imparare la pace?

Mentre i conflitti in Medio Oriente tornano a infiammarsi, continuiamo a considerarli inevitabili e distanti. Ma ogni guerra accettata come necessaria scava una frattura anche nelle nostre coscienze. Interrogarci sulla pace oggi significa smettere di delegare la violenza e iniziare a riconoscere la nostra responsabilità collettiva

Nel buio del Medio Oriente, possiamo ancora imparare la pace?

Nel cuore di un’altra gelida mattina, mentre le rotte aeree passano sopra i nostri cieli urbani, una guerra lontana torna a bussare alle nostre coscienze. Tra Iran, Israele e Stati Uniti si gioca una partita pericolosa di attacchi militari, missili e risposte.

Questo teatro di violenza non è soltanto geopolitica su uno schermo: è paura e morte reale, fatta di città ridotte in macerie, civili che scappano e governi che alternano parole di diplomazia a ordini di bombardamento. Non è un film, né un “pezzo di cronaca lontano”: è la cronaca che bussa alle porte della nostra umanità.

E poi ci guardiamo allo specchio: cosa dicono le nostre “guerre”? Pensiamo a Iraq, a come l’intervento straniero — giustificato da presunti pericoli — abbia lasciato ferite profonde nella società, non solo fisiche ma culturali e morali. Quelle ferite si traducono in città spente, scuole vuote, famiglie divise, generazioni che hanno conosciuto più conflitti che pace. È facile, da qui, parlare di equilibri di potere; è difficile guardare in faccia chi ha perso tutto.

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La paura è l’ossigeno del conflitto. Ci impone di scegliere tra sentirci al sicuro e chiedere il conto della violenza. La violenza diventa “necessaria” quando smettiamo di interrogare le ragioni profonde che alimentano l’odio: l’insicurezza, l’ingiustizia, l’assenza di prospettive. Ma la pace non è l’assenza di guerra; la pace è un processo quotidiano, un lavoro su noi stessi prima che sugli altri.

Come educarci alla pace, allora? Non con slogan idealisti, ma con domande concrete: Perché accettiamo il linguaggio della guerra come inevitabile? In che modo le nostre paure — della diversità, dell’altro, dell’ignoto — alimentano politiche che giustificano armi piuttosto che diplomazia? Educarsi alla pace significa saper riconoscere l’umanità negli altri, anche quando la propaganda vuole dividerci in “buoni” e “cattivi”.

E così ci resta una provocazione: e se la prossima battaglia fosse dentro di noi — contro la paura di essere fragili, contro l’idea che l’altra sponda sia innaturalmente nemica — allora forse scopriremmo che la pace non è un’idea astratta, ma la scelta più coraggiosa che possiamo fare, ogni giorno.
E se non impariamo a smettere di combattere dentro di noi, come potremo mai insegnare al mondo a smettere di combattere tra di noi?

 

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Foto di Gennaro Pierri

Gennaro Pierri

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista…

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