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Opinioni

I padri che continuano a camminare con noi

Un gesto quotidiano, il ritmo di una camminata, riporta alla memoria il legame complesso e profondo tra padri e figli: un rapporto fatto di affetto, conflitti, distanze e somiglianze che il tempo aiuta a comprendere fino in fondo

I padri che continuano a camminare con noi

Forse non si comprende davvero un padre finché si è soltanto figli. Perché da figli lo conosciamo attraverso il rapporto che abbiamo con lui, fatto di affetto, aspettative, incomprensioni e conflitti. È soltanto quando diventiamo adulti che cominciamo a vederlo anche come un uomo, con la sua storia, le sue fragilità e le sue contraddizioni. E, qualche volta, questa consapevolezza arriva quando non c’è più.

Il rapporto tra un padre e un figlio, infatti, non è sempre una storia fatta soltanto di affetto, protezione e riconoscenza. Ci sono anche le distanze, le discussioni, le aspettative deluse, le parole che hanno lasciato il segno e i silenzi che hanno pesato. Ci sono momenti in cui abbiamo sentito il bisogno di allontanarci, di contestarlo, persino di contrapporci a lui. Di dimostrare a noi stessi che potevamo essere diversi.

E forse, in quella ricerca di diversità, c’è una parte importante della nostra crescita. Da figli abbiamo bisogno di costruire una nostra identità, di mettere in discussione ciò che ci è stato trasmesso, di scegliere autonomamente la direzione da prendere. A volte, per diventare noi stessi, sentiamo persino il bisogno di prendere le distanze da nostro padre.

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Poi passa il tempo. Diventiamo adulti e cominciamo a guardare indietro con una prospettiva diversa. Scopriamo che nostro padre non era soltanto il ruolo che aveva nella nostra vita, ma anche un uomo. Un uomo con le sue paure, le sue fragilità, le sue contraddizioni, i suoi limiti e, probabilmente, con ferite che non abbiamo mai conosciuto. Un uomo che, come noi, ha dovuto imparare a vivere senza avere sempre le risposte giuste.

Questo non significa giustificare tutto, cancellare le incomprensioni o fingere che certe ferite non siano mai esistite. Ci sono rapporti che rimangono complessi anche quando il tempo li consegna alla memoria. Ma forse, crescendo, impariamo a non giudicare più nostro padre soltanto attraverso ciò che ci ha dato o ciò che ci è mancato. Riusciamo finalmente a riconoscere anche la sua umanità.

La sua presenza riaffiora allora nelle cose più inaspettate: in un’espressione del viso, in una parola, in un modo di affrontare le difficoltà, in un’abitudine che credevamo soltanto nostra. Talvolta persino in quei comportamenti che, da ragazzi, rimproveravamo a lui e che scopriamo, con una certa sorpresa, di aver fatto nostri. Altre volte, invece, è proprio nelle differenze che si manifesta la sua influenza: nelle scelte compiute per non ripetere i suoi errori, nei valori costruiti anche opponendoci al suo modo di pensare.

Ieri, per esempio, mi è venuto in mente mio padre mentre camminavo. Non stavo pensando a qualcosa di particolare. A un certo punto, però, ho prestato attenzione al ritmo dei miei passi. Li ho osservati quasi distrattamente, fino ad accorgermi che quel modo di camminare, quella cadenza, quell’alternarsi dei movimenti avevano qualcosa di familiare. Non erano forse identici ai suoi, ma gli somigliavano moltissimo.

E allora ho pensato a quante cose riceviamo dai nostri padri senza rendercene conto. Quanti gesti, quanti atteggiamenti, quanti piccoli frammenti della loro esistenza finiscono per abitare la nostra. Non sempre perché li abbiamo scelti, non sempre perché li abbiamo ammirati. A volte semplicemente perché siamo cresciuti accanto a loro. Altre volte perché, anche nel tentativo di essere diversi, qualcosa di loro è rimasto dentro di noi.

Forse è proprio questa la complessità di un legame così profondo: possiamo aver amato nostro padre e, nello stesso tempo, averlo contestato. Possiamo aver desiderato la sua approvazione e aver rifiutato i suoi insegnamenti. Possiamo aver sofferto per la sua incapacità di comprenderci e, anni dopo, sorprenderci a riconoscere qualcosa di lui in noi stessi.

Non c’è necessariamente una contraddizione. L’amore non cancella il conflitto, così come il conflitto non cancella necessariamente l’amore.

E quando un padre non c’è più, questa consapevolezza può diventare ancora più intensa. Non possiamo tornare indietro, chiarire ogni cosa, porre tutte le domande rimaste in sospeso. Ma possiamo continuare a comprenderlo, forse in un modo che prima non ci era possibile. Possiamo ricomporre, almeno dentro di noi, i diversi frammenti del nostro rapporto con lui: quelli belli e quelli dolorosi, le somiglianze e le distanze, ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremmo voluto ricevere.

Forse diventare adulti significa anche accettare che non tutto tra noi sia stato risolto. Che non tutte le storie abbiano una conclusione pacificata. E che si possa continuare a portare qualcuno dentro di sé senza dover necessariamente essere in pace con tutto ciò che è stato.

Ieri, mentre camminavo, ho riconosciuto qualcosa di mio padre nel ritmo dei miei passi. È stato un pensiero semplice, quasi banale, eppure mi ha fatto riflettere.

Forse i padri continuano a esserci proprio così: nei ricordi, nei gesti, nelle abitudini, nelle cose che abbiamo conservato e persino in quelle da cui abbiamo cercato di allontanarci.

Perché diventare adulti non significa necessariamente somigliare ai propri padri. Significa anche comprendere quanto di loro ci portiamo dentro, quanto abbiamo accolto, quanto abbiamo rifiutato e quanto, nonostante tutto, ha contribuito a renderci ciò che siamo.

E ieri ho pensato che mio padre fosse ancora lì, dentro il ritmo dei miei passi. Mi è venuto da sorridere. Forse, anche quando abbiamo camminato in direzioni diverse, non abbiamo mai smesso del tutto di percorrere un tratto di strada insieme.

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Foto di Francesco Angrisani

Francesco Angrisani

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso…

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