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Opinioni

L’America riscopre i contrappesi. In Italia li difendiamo in tribunale

Dagli Stati Uniti arriva una lezione sulla forza dei contrappesi democratici. In Italia, intanto, si apre il confronto sul rischio di una concentrazione del potere costruita per via elettorale.

L’America riscopre i contrappesi. In Italia li difendiamo in tribunale

C’è qualcosa di straordinariamente incoraggiante nella lezione che arriva dall’America. La democrazia, quando dispone di istituzioni solide e di cittadini consapevoli, può ancora sorprendere. Persino un presidente convinto di poter piegare tutto e tutti alla propria volontà deve prima o poi fare i conti con il voto, con il Congresso e con un sistema costituzionale costruito proprio per impedire la concentrazione del potere.

Donald Trump ha scoperto, forse con qualche sorpresa, che la Casa Bianca non è una proprietà personale, il Congresso non è una dependance dell’esecutivo e la vittoria elettorale non è una cambiale in bianco. Le sue continue forzature, il ricorso sistematico agli executive orders, il disprezzo per le mediazioni istituzionali, le tensioni con gli alleati e la pretesa di trasformare ogni dissenso in un atto di slealtà hanno incontrato una risposta politica che ridimensiona considerevolmente le sue ambizioni.
Non è soltanto una sconfitta elettorale.

È una dimostrazione di vitalità costituzionale.

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Come ha opportunamente osservato Nadia Urbinati in un suo editoriale, bisogna guardare anche alla particolare struttura federale americana: la pluralità dei centri di potere, l’autonomia dei cinquanta Stati, la complessa articolazione delle istituzioni costituiscono una barriera tutt’altro che trascurabile contro ogni tentazione autocratica. Madison e i Padri fondatori avevano immaginato un sistema nel quale la libertà non dovesse dipendere dalla benevolenza di chi governa, ma dalla capacità delle istituzioni di controllarsi reciprocamente.

Naturalmente la partita non è finita. Trump conserva poteri importanti, compreso quello di veto, e il rischio di uno scontro paralizzante con il Congresso rimane concreto. Ma il messaggio politico è arrivato: nessun presidente può considerarsi al di sopra delle regole e nessuna maggioranza è proprietaria della democrazia.

È una lezione che dovrebbe attraversare l’Atlantico e arrivare soprattutto in Europa.

La crisi dei rapporti transatlantici dovrebbe finalmente convincerci che non possiamo delegare ad altri la nostra sicurezza, la nostra politica energetica, la nostra competitività industriale e il nostro peso internazionale. Servono una difesa comune, maggiore autonomia strategica, una politica estera più coerente e il superamento di quei veti nazionali che rendono l’Unione troppo spesso incapace di decidere.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più importante, sul quale sarebbe opportuno riflettere. Riguarda la qualità delle nostre democrazie e il modo in cui intendiamo il rapporto tra consenso elettorale e potere.
E qui l’Italia offre uno spettacolo piuttosto contraddittorio. Mentre negli Stati Uniti il sistema democratico dimostra di poter reagire alle pretese di un esecutivo debordante, da noi si vorrebbe costruire, attraverso una legge elettorale ordinaria, una sorta di premierato surrettizio, senza modificare formalmente la Costituzione e senza affrontare apertamente tutte le implicazioni di una trasformazione così profonda della forma di governo.

Il meccanismo è tutt’altro che innocente. Un premio di maggioranza smisurato, capace di attribuire una maggioranza parlamentare molto ampia anche a fronte di un consenso elettorale minoritario, rischia di alterare pesantemente il rapporto tra voti e seggi. Le liste bloccate del premio di maggioranza , con i capilista di collegio sottratti alla scelta degli elettori, completano l’opera: il cittadino vota, ma non sceglie davvero chi lo rappresenterà, se non in misura davvero esigua. A decidere sono le oligarchie di partito , attraverso candidature a capolista determinate dalla fedeltà acritica e liste bloccate, innescate dal premio di maggioranza e compilate in forza di comprovate vocazioni ancillari .

È una vera e propria truffa politica ai danni della rappresentanza: si conserva formalmente il rito delle elezioni, ma si svuota quasi integralmente il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

A questo si aggiunge l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che finisce per introdurre surrettiziamente una sorta di investitura popolare diretta del capo del Governo, pur senza modificare l’articolo 92 della Costituzione e il ruolo che esso attribuisce al Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio.

Si vorrebbe, insomma, ottenere per via elettorale ordinaria ciò che richiederebbe una ben più esplicita e trasparente revisione costituzionale: un premierato di fatto, accompagnato da un Parlamento sempre meno autonomo e sempre più dipendente dal capo dell’esecutivo e dalle oligarchie che ne decidono a tavolino la composizione .

E tutto questo viene presentato come modernizzazione, stabilità, efficienza. Come se la democrazia fosse un problema di ingegneria elettorale e non, prima di ogni altra cosa, una questione di libertà, rappresentanza e limitazione del potere.
Non si tratta di essere contrari a governi stabili o a esecutivi capaci di decidere. Si tratta di non confondere la governabilità con l’onnipotenza e la maggioranza con il possesso delle istituzioni. Una democrazia nella quale chi vince può decidere quasi tutto e chi perde conta sempre meno non è necessariamente una democrazia più efficiente: è una democrazia più povera.

È anche per queste ragioni che, come presidente dell’Associazione Vincenzo Scarlato, ho ritenuto doveroso promuovere un’iniziativa di contestazione costituzionale della nuova legge elettorale. Non una battaglia di schieramento, né una difesa di interessi di parte, ma un’iniziativa di cittadinanza attiva per riportare al centro il diritto degli elettori a scegliere, la proporzionalità della rappresentanza, l’equilibrio tra i poteri e il rispetto dei principi costituzionali.

È in gioco qualcosa che riguarda tutti, anche chi oggi si trova dalla parte della maggioranza. Perché le regole democratiche non si scrivono per il vantaggio contingente di chi governa, ma per garantire la libertà di tutti.
L’America ci sta ricordando che i contrappesi non sono un ostacolo da rimuovere quando il consenso diventa forte, ma un patrimonio da difendere proprio quando il potere è più forte.
Sarebbe auspicabile che questa lezione producesse un salutare contagio anche nel Vecchio Continente e, soprattutto, in Italia. Perché il vero problema di una democrazia non è quanto potere riesca a conquistare chi vince le elezioni, ma quanto potere sia disposta a lasciargli senza controlli. E una democrazia che non sa porre limiti ai vincitori finisce, prima o poi, per mettere in pericolo anche il diritto di scegliere chi vincerà domani.

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Foto di Guglielmo Scarlato

Guglielmo Scarlato

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale…

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