Napoli, dalla salvezza al saccheggio
Dalla memoria delle Quattro Giornate al peso delle rendite che hanno bloccato il futuro di un’intera generazione
Napoli è il nostro capoluogo, nel bene e nel male. Considerata storicamente, culturalmente e socialmente la capitale del Sud Italia, pur conservando un’identità unica che va oltre la semplice sintesi del Mezzogiorno. È la mia città, in cui sono nato ma da cui sono anche scappato via. È una madre gelosa dei suoi figli, soprattutto di quelli che l’abbandonano. Tuttavia una madre tenera che li accoglie qualunque essi siano: sani e storpi, normali e diversi, tutti nel suo immenso grembo, sapendo di poter contare su di loro quando è necessario.
Come quando venne occupata, vessata, quasi distrutta, 83 anni fa dalla barbarie nazista e poi salvata da quei suoi figli ‘invisibili’ e più deboli. Li chiamavano ‘femminielli’, a Napoli. Uomini che vestivano come le donne e, in passato, questo termine indicava anche le transessuali. Figli di una Napoli che li aveva confinati in un limbo di indifferenza, quell’indifferenza di chi, rifiutato dalla famiglia e ignorato dalla società, non aveva alcun debito nei confronti di questa. Eppure, mossi da un moto di orgoglio campanilista e un impeto di amor proprio non esitarono ad imbracciare i fucili. Alcuni di loro continuarono a partecipare alle lotte degli anni che seguirono, come ad esempio quelle contro la speculazione edilizia successiva al terremoto in Irpinia. Perché la lotta è unica. I femminielli napoletani, forse, lo capirono prima di molti altri.
Ma quella salvezza di una città appena risorta venne annebbiata nuovamente da un’altra tipologia di barbarie, quella di una generazione di politici che non si creò alcuno scrupolo a saccheggiare una città con provvedimenti molto discutibili. I pensionati a quarant’anni e le case a quattrocento mila euro: la truffa di una generazione che ha mangiato il futuro ai nostri figli (e dove ha nascosto la refurtiva?). Non è un’iperbole né demagogia generazionale riconoscere che la generazione dei nostri genitori è stata grandemente ingorda, creando un’enorme voragine contabile, allestendo un banchetto di Stato durato un ventennio il cui conto è stato deliberatamente lasciato sui tavoli di chi è nato dagli Ottanta in poi. Questo scempio ha generato due elementi: l’invenzione delle baby pensioni e la distruzione dell’accessibilità al mercato immobiliare, un combinato disposto che ha trasformato città come Napoli in roccaforti di rendite familiari inaccessibili ai lavoratori reali.
Partendo dalle “baby pensioni” è facile dedurre che mentre la nostra generazione si è rassegnata all’idea di lavorare fino a 67 o 70 anni, tra precariato, partite IVA e indecenti aliquote INPS, nel ventennio Settanta e Ottanta lo Stato firmava una misura che permetteva alle dipendenti pubbliche sposate con figli di ritirarsi dal lavoro con appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi (20 anni per gli altri statali). Ossia assunti nella Pubblica Amministrazione a 22 anni e uscirne a 36 o 40 anni con un vitalizio calcolato col metodo retributivo, praticamente il 100% dell’ultimo stipendio.
Senza dover scendere nei dettagli contabili e finanziari è d’uopo porsi una domanda: dove si è concentrata questa colossale spesa pubblica? Quasi la metà di queste pensioni è stato erogato al Sud e nelle Isole. A Napoli, l’ipertrofia del settore pubblico ha trasformato un’intera classe di quarantenni degli anni ’80 in una casta di pensionati a vita. Il capolavoro finale: l’immobiliare blindato a Napoli. E intanto all’orizzonte sorge un’altro quesito: ma dove sono finiti i soldi di chi andava in pensione a 40 anni con lo stipendio garantito e tutto il tempo per svolgere un secondo lavoro (spesso in nero)? Naturalmente nell’edilizia. Negli anni ’80, per acquistare casa bastavano tra un triennio o un quinquennio di stipendio di un singolo capofamiglia. Quei baby pensionati hanno comprato le case dove vivevano e gli immobili che oggi affittano a prezzi da sciacallaggio o convertiti in B&B.
Senza dover stilare un apposito diagramma la fotografia obiettiva dell’odierna Napoli è quella di un lavoratore dipendente monoreddito senza “spinta” familiare, analizzando i dati dei portali immobiliari e i criteri stringenti del sistema bancario per constatare l’enorme difficoltà a poter accedere ad uno immobile per la propria famiglia. Una vera e propria trappola perfetta. La trappola generazionale è chiusa e saldata:
Un giovane lavoratore oggi paga tasse soffocanti per finanziare oltre cento miliardi di debito lasciati da chi è andato in pensione meno dei quarant’anni. I salari reali sono stagnanti da trenta, mentre i prezzi delle case nelle municipalità centrali e semi-centrali di Napoli hanno centuplicato il reddito annuo. Le banche non finanziano più senza garanzie e liquidità d’ingresso che un lavoratore non può accumulare da solo. La conclusione è matematica: A Napoli, un lavoratore dipendente monoreddito con uno stipendio normale non può più comprare casa. L’unico modo per farlo è attraverso la redistribuzione della ricchezza accumulata dai propri genitori o nonni tramite le rendite di Stato degli anni ’70 e ’80.
Non è una questione di sacrifici o di “volontà” o di giovani che non vogliono lavorare o fare sacrifici. Le vecchie generazioni hanno lasciato un Paese dove il lavoro non produce più emancipazione, ma serve solo a pagare i debiti di chi ha banchettato prima di noi.







