scritto da Chiara De Filippo - 03 Ottobre 2026 14:01

Salis e Meloni, misurate in centimetri: il corpo delle donne come metro di giudizio politico

Altezza, abiti, volto. Tra insulti, elogi e immagini create con l'intelligenza artificiale, il confronto tra Silvia Salis e Giorgia Meloni mostra come il corpo resti il primo criterio con cui si giudicano le donne in politica

La polemica sul mancato invito della sindaca Silvia Salis al taglio del nastro del Salone Nautico di Genova avrebbe potuto restare ciò che era: una questione di protocollo istituzionale, di rapporti tra livelli di governo, al massimo di sgarbi politici. Nel giro di poche ore, invece, ha cambiato natura. Sui social ha preso forma una spiegazione alternativa, tanto infondata quanto rivelatrice: la sindaca sarebbe stata tenuta lontana dal palco perché, accanto a lei, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe sfigurato.

Non è rilevante stabilire se qualcuno ci creda davvero. È rilevante che questa ipotesi sia apparsa a molti come la più naturale. In assenza di informazioni, l’opinione pubblica riempie il vuoto con ciò che ha già in testa. E ciò che aveva in testa, in questo caso, non era un calcolo politico, ma una gara di bellezza.

Da quel momento il discorso pubblico ha smesso di occuparsi di due cariche istituzionali e ha cominciato a occuparsi di due corpi: la loro altezza, il loro abbigliamento, il loro volto, la loro presunta classe sociale.

L’immagine falsa come argomento vero

Alla congettura sono seguiti i fotomontaggi: fotografie accostate per misurare la differenza di statura tra le due, come se l’altezza fosse un dato politicamente significativo. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale, che ha fatto un passo ulteriore. Un’immagine generata ex novo mostra Meloni in sandali bassi, gonna plissé e maglia informe, le spalle curve e lo sguardo rivolto a terra. Accanto, Salis (peraltro anche poco somigliante in volto) in tubino nero, sandali a spillo, pochette, postura eretta e sguardo frontale.

L’immagine non documenta nulla, mira (involontariamente per quelli che la postano) ad una costruzione retorica. L’abbigliamento dimesso contro quello da sera, lo sguardo basso contro quello sicuro, il corpo che si ritrae contro quello che si espone. È la grammatica visiva del “prima e dopo”, della pubblicità dimagrante, del confronto che non ammette repliche perché non pretende di essere vero perché ‘evidente’.

Che il volto attribuito a Salis sia reso male, a tratti non le somiglia, non importa. Così come non importa la proiezione della Salis sul palco al taglio del nastro per renderla ancora più alta di quanto non sia già. L’immagine non deve essere credibile come ritratto, deve funzionare come simbolo. Chi la condivide non sta dicendo “ecco com’è andata”, sta dicendo “ecco come la penso”. È questo il punto in cui la propaganda contemporanea si distingue da quella del secolo scorso: non ha più bisogno di un ufficio che la produca perché la può fabbricare chiunque, in pochi secondi, e la diffonde chi la trova divertente.

Lo stesso strumento lavora anche nella direzione opposta. Tra i detrattori della sindaca circola un’immagine artificiale che la trasforma in una bambola: capelli biondi perfetti, tailleur bianco, fascia tricolore, sorriso smagliante, e un paio di forbici dorate con cui taglia un nastro. In alto, il logo di Barbie. Il riferimento al taglio del nastro mancato è trasparente, e l’idea è chiara: una figura decorativa, bella e vuota, buona per le cerimonie.

Le due immagini sembrano opposte, ma si somigliano più di quanto i loro autori vorrebbero ammettere. Una umilia Meloni perché non sarebbe abbastanza bella, l’altra svaluta Salis perché lo sarebbe troppo. In entrambi i casi la donna politica non può vincere: o il corpo la squalifica, o la riduce a ornamento. Cambia il bersaglio, non la logica.

Due vocabolari, un solo metro

Il fenomeno si è amplificato quando la sindaca ha pubblicato una foto scattata al dj set della belga Novah, un evento molto partecipato dai giovani genovesi. Non è la prima volta: già quest’estate un’altra serata con Charlotte de Witte era diventata l’occasione per una serie di fotografie accanto all’artista. Salis compare in top e jeans. Sotto il post, migliaia di reazioni e centinaia di commenti. Una parte consistente non parla del concerto né della città: invoca la sindaca a Palazzo Chigi “subito” e, nella stessa frase, insulta la Presidente del Consiglio.

Vale la pena guardare il lessico, perché è lì che si legge la struttura del pregiudizio. Per Meloni ricorrono tre parole: “nana”, “cesso”, “borgatara”. La prima colpisce il corpo, la seconda il volto, la terza l’origine sociale. Insieme compongono un ritratto preciso: una donna piccola, brutta e di bassa estrazione, dunque inadatta. Per Salis, il registro opposto e altrettanto povero: bella, brava, giovane, elegante, “veste meglio”.

Ciò che scompare, in questo scambio, è proprio la politica. Nessuno dei commenti si misura con la traiettoria delle due donne, che pure offrirebbe materia abbondante per un giudizio, favorevole o critico che sia. Meloni fa politica da quando aveva quindici anni; oltre trent’anni di militanza, incarichi e responsabilità che si possono condividere o contestare, ma non ignorare. Salis viene da un’altra storia, lo sport e la dirigenza sportiva, ed è al suo primo incarico elettivo, iniziato da poco. Sono due percorsi diversissimi per durata e natura, e proprio per questo meriterebbero di essere discussi. Ridurre il confronto all’altezza e all’abbigliamento significa rinunciare a giudicarle per ciò che hanno fatto e per ciò che fanno.

I due vocabolari sembrano contrari, ma rispondono alla stessa logica. In entrambi i casi il giudizio politico passa attraverso l’aspetto fisico. Chi elogia Salis per la sua bellezza non le sta riconoscendo un merito: sta applicando lo stesso criterio con cui demolisce Meloni. Il complimento e l’insulto sono due facce di una sola moneta, e quella moneta è il corpo femminile come unità di misura del valore pubblico. Lo dimostra il fatto che la stessa sindaca, quando a parlare sono i suoi detrattori, viene liquidata di continuo come “Barbie”: l’elogio e lo scherno si scambiano di segno, ma restano inchiodati all’aspetto.

Non mancano, tra i commenti, voci che segnalano l’assurdità di acclamare qualcuno alla guida del Paese sulla base di un paio di eventi riusciti, o di misurare le istituzioni con il metro estetico. Sono voci minoritarie, e raccolgono pochissimi consensi. Anche questo è un dato.

Con un uomo sarebbe successo?

La prova del nove è semplice: sostituire i protagonisti. Renato Brunetta è stato a lungo bersaglio di battute sulla sua statura. Ma quelle battute colpivano lui, isolatamente. Nessuno ha mai costruito un’immagine che lo affiancasse a un collega più alto e più avvenente per decretare chi dei due meritasse di governare. L’insulto all’uomo politico resta un attacco alla persona; non diventa una competizione.

Tra due donne, invece, il confronto scatta quasi da sé. È uno schema antico, che la cultura popolare ha codificato da tempo: la rivalità femminile come spettacolo, la bellezza come terreno di gara, la donna che vince solo se un’altra perde. Due donne nello stesso spazio pubblico non vengono lette come due figure istituzionali, ma come concorrenti. E la gara non riguarda le competenze, ma l’unica cosa su cui, secondo questo schema, le donne possono essere davvero misurate.

Si potrebbe usare l’espressione “body shaming al contrario” ma va maneggiata con cura. Non c’è nulla di rovesciato. C’è lo stesso meccanismo, che produce contemporaneamente una vittima e una beneficiaria. E la beneficiaria, a ben vedere, è anch’essa ridotta a corpo.

Il silenzio di chi ne trae vantaggio

In tutto questo, la voce che manca è quella della sindaca. Salis non ha creato le immagini né scritto i commenti, e nessuno può renderla responsabile di ciò che fanno i suoi sostenitori. Ma i commenti stanno sotto i suoi post, sulla sua pagina istituzionale, e la favoriscono. Il silenzio, in questa posizione, non è neutralità: è una forma di consenso passivo.

Anzi, la sindaca non sembra sottrarsi del tutto al gioco. Al Salone Nautico c’è un breve video (postato da The Journalai) che è girato molto. Salis, in piedi, stringe la mano alla Presidente del Consiglio, seduta in prima fila. Subito dopo, mentre si allontana con la fascia tricolore, porta una mano al petto e accenna un’espressione divertita, quasi un ammiccamento rivolto a chi la sta riprendendo.

Un gesto minimo, forse istintivo. Ma la scena ha già una composizione involontariamente perfetta per chi cerca il confronto: una donna in piedi che domina l’inquadratura, l’altra seduta, in basso. E quella mimica, in un clima saturo di paragoni, diventa materiale. Legittima la lettura dell’incontro come una sfida tra due donne e suggerisce al pubblico che la rivalità è condivisa, quasi recitata.

Se dovessi consigliarla sulla comunicazione, le direi che la prima cosa da fare è prendere le distanze, in modo esplicito e senza ambiguità. Non per difendere Meloni sul piano politico, ma per sottrarre entrambe a un terreno che non appartiene a nessuna delle due. Basterebbero poche righe: chi la sostiene lo faccia per ciò che fa, non per come appare, e chi insulta l’aspetto di un’altra donna non parla a suo nome.

Sarebbe anche una scelta strategicamente sensata. Una figura che costruisce il proprio profilo sulla modernità, sui giovani, su un’idea di politica diversa, ha tutto da perdere nel lasciarsi associare al più vecchio dei registri. E avrebbe molto da guadagnare nel mostrare che il rispetto per le istituzioni, e per le donne che le guidano, non dipende dallo schieramento.

La sindaca, del resto, conosce questo meccanismo dall’interno: sui social i suoi detrattori la chiamano “Barbie” un giorno sì e l’altro pure, riducendo anche lei a una questione di aspetto. Proprio per questo il suo silenzio pesa di più.

Una società che misura le donne

Questa vicenda non parla di Salis né di Meloni. Parla di noi. Di un’opinione pubblica che, davanti a due donne con ruoli di potere, non riesce a vedere altro che due corpi da confrontare. Di una cultura che ha imparato a dire “parità” ma continua a ragionare per graduatorie estetiche. E di strumenti, dai social all’intelligenza artificiale, che non hanno inventato questo sguardo ma lo rendono immediato, condivisibile, virale.

Mettere due donne a confronto sul piano della bellezza, per decidere quale delle due meriti di governare, è il sintomo di una società malata. Non perché qualcuno sia stato offeso, ma perché il criterio stesso è offensivo per tutte: per chi perde il confronto, per chi lo vince, e per ogni donna che entra nello spazio pubblico sapendo che, prima ancora di parlare, verrà guardata.

Lavora nel settore bancario e si occupa di comunicazione. Laureata in Scienze Politiche e in Informazione ed Editoria all’Università di Genova, nei suoi articoli analizza politica, media, cultura e trasformazioni sociali, con particolare attenzione ai processi che influenzano l’opinione pubblica e il dibattito pubblico. La sua attività professionale si è sviluppata tra relazioni industriali e comunicazione istituzionale.

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