Movimento 5 Stelle verso una mutazione genetica

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Il Movimento 5 Stelle sta cambiando pelle o il suo originario DNA? In entrambi i casi si tratta di una metamorfosi naturale per una forza di contestazione che dalla Piazza entra nel Palazzo.

Il passaggio dalla genuinità naïf dei meeting up a forza politica di governo strutturata con una leadership al comando lo rende simile ad un partito tradizionale con correnti e travagli di mediazione nel confronto con la concretezza dei problemi reali.

Al di là della vicenda TAV, il cambiamento in uso nel linguaggio pentastellato non può non fare i conti con un contesto socio-economico e culturale consolidato in uno Stato di diritto. A meno che non si voglia sconfessare il sistema di diritti e doveri e dei relativi istituti di tutela e garanzia codificati nel vigente ordinamento. In questo caso occorrerebbe un rivoluzione culturale che non è nelle corde dei pentastellati. L’alternativa da loro proposta è una sorta di democrazia diretta, in cui “uno vale uno”, esercitata attraverso una piattaforma on line aperta alle cosiddette “influence operation” piuttosto che ordinata secondo le regole della rappresentanza parlamentare, plurima e libera, espressa con il suffragio universale.

L’esperienza vissuta in poco meno di un anno nelle stanze del Palazzo ha smentito un’utopia coltivata come antidoto  alle degenerazioni partitocratiche: nobile nello scopo, volatile nei fatti. Perciò, i flussi di consensi in entrata alle politiche ed in uscita nelle consultazioni locali non sono riconducibili a partite con doppia contabilità elettorale. I relativi saldi negativi appaiono più come risposte ad aspettative deluse che ai deboli radicamenti nei singoli territori. Tuttavia, sarebbe fuorviante diagnosticare l’esaurimento della carica che ha alimentato l’idea di cambiamento su cui il M5S ha costruito le ragioni della sua esistenza.

E’ più appropriato domandarsi fino a che punto sia ancora praticabile un’ideologia disancorata da dinamiche di sviluppo consone alla realtà del nostro paese e lontana dalla cultura delle relazioni politiche e sociali sedimentate nella storia e nella tradizione dell’Italia repubblicana. Alla base della caduta dell’appeal c’è da mettere in conto, proprio, l’incompatibilità di convivenza con altre forze politiche e la difficoltà di condividere con l’alleata Lega le scelte di governo, fonte di inquietudini e di dissidenze all’interno del Movimento.

Da qui la strategia di Luigi Di Mario di non andare allo scontro aperto con gli ortodossi proponendo una riconfigurazione più verticistica del Movimento, di cui di fatto egli ha assunto la conduzione politica che gli consente di tacitare il dissenso e di lanciare l’idea di alleanze civiche nei territori per contrastare l’emorragia di consensi e la competizione di Matteo Salvini.

Si tratta di una svolta pragmatica che cambia lo spirito di purezza spontaneistica  del Movimento e smentisce la filosofia del “uno vale uno” e del mandato di servizio in conseguenza del superamento del limite della doppia legislatura (sorta di salvaguardia per il ruolo dei capi). Il che non lascia dubbi sull’avvio di un adeguamento alle regole della democrazia rappresentativa che ha il suo fulcro nel Parlamento che nelle intenzioni originarie di Beppe Grillo doveva essere svuotato come una lattina di tonno o di sardine. Come dire che erano nati per cambiare il mondo della politica tradizionale ed alla fine sono stati costretti a mettere mano sui loro connotati.

Per necessità o per opportunismo? Non è agevole, al momento, cimentarsi in risposte su un magma politico esistenziale le cui consistenze e forme sono rimandate all’esito delle prossime consultazioni europee.

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