scritto da Guglielmo Scarlato - 16 Luglio 2026 14:49

La democrazia non muore in un giorno. Si indebolisce una legge alla volta

La Camera approva una riforma che riduce la scelta degli elettori, amplifica artificialmente le maggioranze e indebolisce gli equilibri costituzionali. Ora il Senato decide se fermare o accelerare questa deriva

La Camera approva una legge elettorale che restringe la libertà di scelta dei cittadini, altera la rappresentanza e concentra il potere. Ora la parola passa al Senato.

Ci sono leggi che disciplinano le elezioni. E ci sono leggi che finiscono per cambiare il modo stesso in cui una democrazia funziona. Quella approvata dalla Camera appartiene alla seconda categoria.

Non è una semplice riforma elettorale. È un intervento destinato a incidere sull’equilibrio costituzionale della Repubblica, sul rapporto tra cittadini e istituzioni e sulla distribuzione del potere tra Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica.

Il primo vulnus riguarda il diritto di scelta.

Le liste rimangono integralmente bloccate. L’elettore continua a votare, ma non sceglie più chi lo rappresenterà in Parlamento. I parlamentari sono selezionati dai vertici dei partiti; il cittadino può soltanto approvare o respingere decisioni già assunte altrove.

Il voto resta. La scelta scompare.

È difficile immaginare una compressione più evidente della rappresentanza politica senza privare formalmente i cittadini del diritto di voto.

Il secondo profilo è ancora più delicato.

Il nuovo sistema introduce un premio di maggioranza di dimensioni tali da poter alterare profondamente il rapporto tra consenso popolare e composizione del Parlamento.

È sufficiente che una coalizione ottenga il 42% dei voti per poter beneficiare di un premio che amplia in maniera significativa la propria rappresentanza parlamentare.

Ma il dato davvero inquietante è un altro.

Qualora entrambe le coalizioni principali superassero il 42%, potrebbe bastare perfino un solo voto di differenza perché una riceva il premio e l’altra ne resti esclusa.

Un solo voto.

Una differenza statisticamente irrilevante potrebbe tradursi in decine di seggi di vantaggio e nella disponibilità di una solida maggioranza parlamentare.

Non è la fotografia del consenso popolare. È la sua amplificazione artificiale.

Il principio della governabilità è certamente legittimo. Nessuno lo mette in discussione. Ma governabilità non significa attribuire ad una maggioranza relativa un potere sproporzionato rispetto al consenso realmente ottenuto.

La Costituzione pretende che tra voti e rappresentanza esista un rapporto ragionevole. Quando questa proporzione si rompe, il principio democratico comincia ad incrinarsi.

Esiste poi un ulteriore elemento che merita di essere attentamente valutato.

Con un’affluenza ormai stabilmente vicina al 50%, una coalizione potrebbe conquistare una larga maggioranza parlamentare rappresentando, in termini effettivi, poco più di un quinto dell’intero corpo elettorale.

Il Governo risulterebbe perfettamente legittimo sul piano formale. Ma il divario tra consenso reale e potere esercitato raggiungerebbe livelli difficilmente conciliabili con l’idea sostanziale di democrazia rappresentativa.

Il terzo punto riguarda la forma di governo.

L’indicazione preventiva del candidato Presidente del Consiglio rafforza una dinamica di investitura personale che, pur senza modificare espressamente la Costituzione, tende a ridimensionare il ruolo del Parlamento e ad incidere sulle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del Governo.

La nostra Carta non conosce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Conosce un sistema parlamentare nel quale il Governo nasce dalla fiducia delle Camere e nel quale il Capo dello Stato esercita una funzione di garanzia, di equilibrio e di sintesi istituzionale. Questa legge, invece, tende a produrre il medesimo risultato attraverso una disciplina ordinaria.

È questo il profilo più insidioso. Non si modifica formalmente la Costituzione. La si aggira progressivamente, alterandone gli effetti concreti. È una tecnica legislativa assai più silenziosa, ma proprio per questo più pericolosa.

Per queste ragioni, considero il testo approvato dalla Camera gravato da rilevanti criticità costituzionali, che non potranno non alimentare un serio confronto nella dottrina e, verosimilmente, davanti alla Corte costituzionale.

Confesso anche una profonda amarezza.

Mi ero battuto contro il Rosatellum perché ritenevo che avesse sottratto ai cittadini una parte essenziale della loro sovranità. Pensavo che questa legislatura potesse finalmente restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti. È accaduto l’esatto contrario. La rappresentanza viene ulteriormente compressa. Il potere viene ulteriormente concentrato. Gli equilibri costituzionali vengono ulteriormente indeboliti.

Ancora una volta la legge elettorale sembra essere costruita sulle convenienze della politica del momento anziché sugli interessi permanenti della Repubblica.

Le regole del gioco democratico non dovrebbero mai essere scritte pensando a chi governa oggi. Dovrebbero essere scritte immaginando di poter essere domani all’opposizione. Per questo una buona legge elettorale dovrebbe essere la più imparziale possibile. Questa, invece, appare figlia delle convenienze contingenti.

Il percorso parlamentare, tuttavia, non è concluso. Il Senato esaminerà il provvedimento dopo la pausa estiva.

La politica è mutevole. Mutano gli equilibri. Mutano gli interessi. Mutano perfino le convenienze di chi oggi sostiene convintamente questo testo. Per questo nulla può dirsi definitivamente scritto.

Come Associazione Vincenzo Scarlato continueremo a fare ciò che facciamo da oltre due anni e mezzo. Informare. Studiare. Spiegare. Richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica ogni volta che, dietro il linguaggio rassicurante della “governabilità”, si nasconde il rischio di un progressivo impoverimento della democrazia rappresentativa. Perché le democrazie raramente vengono abbattute all’improvviso.

Più spesso vengono lentamente trasformate. Una legge alla volta. E quando i cittadini si accorgono di avere perso il potere di scegliere, spesso è già troppo tardi.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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