scritto da Guglielmo Scarlato - 15 Luglio 2026 13:44

La democrazia non si restituisce con un emendamento

La bocciatura dell'emendamento sulle preferenze non chiude soltanto una discussione parlamentare. Rivela, ancora una volta, la difficoltà della politica italiana di riformare se stessa senza guardare al proprio immediato interesse

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze e sui capilista bloccati ha prodotto il consueto copione della politica italiana. La maggioranza si è divisa. L’opposizione ha denunciato una nuova occasione perduta. Molti hanno manifestato rammarico per il mancato ritorno del diritto di scelta degli elettori.

Ma proprio qui emerge la prima grande contraddizione. Se davvero si fosse voluto restituire agli italiani il potere di scegliere i propri rappresentanti, le preferenze sarebbero state previste integralmente fin dall’impianto originario della riforma. Non è accaduto.

Allo stesso modo, le forze di opposizione avrebbero potuto fare della restituzione della sovranità all’elettore una battaglia politica permanente negli ultimi anni. Anche questo non è avvenuto.

Per questo motivo, il confronto cui abbiamo assistito è apparso più come uno scontro simbolico che come una reale volontà riformatrice. Più estetica politica che sostanza democratica.

Vi è poi un elemento tecnico che merita di essere spiegato, perché da esso dipende il reale significato dell’emendamento. Molti cittadini hanno creduto che, se fosse stato approvato, sarebbero tornati a scegliere direttamente i propri parlamentari. Non sarebbe stato così. Con collegi piccoli destinati ad eleggere, mediamente, pochi parlamentari, soltanto le forze politiche capaci di superare abbondantemente il 20 per cento dei voti nel singolo collegio avrebbero avuto concrete possibilità di eleggere un secondo candidato.

In quasi tutti i collegi italiani, quindi, salvo, in base alle previsioni elettorali odierne, le liste di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico, gli altri partiti avrebbero continuato ad eleggere un solo parlamentare. E quel parlamentare sarebbe stato, inevitabilmente, il capolista bloccato.

Le preferenze avrebbero inciso soltanto su una quota estremamente limitata degli eletti. Secondo una stima ragionevole, appena il dieci o dodici per cento del Parlamento. Tutto il resto sarebbe rimasto affidato alle liste bloccate.

Vi è di più. Il premio di maggioranza previsto dalla riforma assegna comunque settanta deputati e trentacinque senatori mediante un listino integralmente bloccato. Sono oltre cento parlamentari che, per definizione, non potrebbero essere scelti dagli elettori.

È difficile sostenere che un simile sistema rappresenti il ritorno della democrazia fondata sulla scelta dei cittadini. Accanto a questi aspetti tecnici vi è poi una questione politica che non può essere ignorata. Molte parlamentari hanno espresso la preoccupazione che, con il solo capolista bloccato e a seggio garantito , le donne avrebbero rischiato di essere meno frequentemente collocate nelle posizioni eleggibili.

È una riflessione seria, che non può essere liquidata come un semplice argomento tattico. Ed è plausibile che proprio questa preoccupazione abbia contribuito a determinare qualche voto inatteso, qualche franco tiratore rimasto nell’ombra.

Tutto ciò dimostra una verità più ampia. Le regole della democrazia non possono essere scritte pensando alla prossima elezione. Una legge elettorale è una legge costituzionale nella sostanza, anche quando formalmente non lo è. Essa dovrebbe essere costruita guardando ai prossimi vent’anni, non ai prossimi venti mesi. Per questo motivo continuo a ritenere che le grandi riforme istituzionali possano nascere soltanto da un confronto autentico tra maggioranza e opposizione. Non da colpi di mano. E non da emendamenti dell’ultima ora. Non da convenienze contingenti.

Occorre una visione. Una visione capace di mettere al centro il Paese prima dei partiti. Su questa base una convergenza sarebbe possibile.

Una convergenza che dica con chiarezza: no all’introduzione surrettizia del premierato attraverso la legge elettorale; no a premi di maggioranza tali da alterare la rappresentanza; no alle liste bloccate, siano esse totali o soltanto parziali; sì ad un Parlamento composto da rappresentanti scelti realmente dagli elettori.

Sono principi che dovrebbero appartenere a tutti, indipendentemente dalla collocazione politica.

Quando, l’8 gennaio 2024, insieme agli amici dell’Associazione Vincenzo Scarlato, iniziammo questa battaglia, sembrava quasi una riflessione per pochi appassionati di diritto costituzionale. Oggi è diventata uno dei nodi centrali del dibattito pubblico. In questi mesi non abbiamo difeso un dettaglio tecnico della legge elettorale. Abbiamo difeso un’idea di democrazia.

L’idea che il Parlamento debba tornare ad essere il luogo della rappresentanza dei territori e delle comunità, non il luogo della cooptazione. E l’idea che il consenso dei cittadini debba valere più della fedeltà ai gruppi dirigenti. L’idea che il seggio parlamentare non possa essere il premio della vicinanza al capo, ma il riconoscimento della fiducia popolare.

Le battaglie civili hanno spesso una caratteristica singolare. Quando iniziano sembrano impossibili.

Poi, lentamente, cambiano il linguaggio della politica. Non sempre ottengono subito la vittoria.

Ma quasi sempre preparano quella del futuro. Ed è per questo che questa battaglia non finisce oggi.

Perché la democrazia non si restituisce con un emendamento. Si ricostruisce con il coraggio di rimettere il cittadino al centro delle istituzioni.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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