Giustizia e politica, il tarlo del consociativismo clientelare

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Tutti i nodi, prima o poi, vengono al pettine: sia che si tratti di rapporti tra rappresentanti del mondo della magistratura e della politica sia quando si voglia sollevare la questione dei comportamenti di chi ha responsabilità pubbliche.

Il problema non è tanto la declinazione dei nodi quanto la individuazione del pettine e se c’è, dove sia e chi ne abbia la disponibilità a farne buon uso. Al di là delle millanterie o delle maldestre iniziative dei singoli personaggi, non dovrebbe destare meraviglia il civettiamo, posto in essere all’interno del CSM in occasione delle nomine dei dirigenti di alcune Procure, tra cui quella di Roma, una delle più esposte a forme di mediazioni occulte.

La sua sede in altra epoca, in piena prima Repubblica, era considerata, da certa critica mediatica, come “il porto delle nebbie”. L’opacità era riferita non tanto all’attività di singoli magistrati quanto al contesto di relazioni ambientali con i poteri di natura politica. Qualcosa di simile lo ha rilevato nei giorni scorsi il Procuratore di Milano Francesco Greco a proposito delle frequentazioni di alcuni membri del CSM e dell’ANM non riscontrabili nelle abitudini delle toghe di rito ambrosiano: napoletano di nascita e di formazione, ha specificato che la sua osservazione non avesse alcuna somiglianza a forme di “razzismo territoriale”, ma si riferisse ad un clima di condotte anomale e di consociativismo. Ne dà spiegazione anche il PM antimafia di Palermo Nino Di Matteo, quando parla di deviazioni clientelari e di un sistema di correnti divenute cordate di potere e non solo interne al CSM. Come dire che il fenomeno non casca dal cielo, né è un accidente riferibile a singole persone investire di responsabilità pubbliche.

C’è da chiedersi dove si formi il tarlo. Sotto accusa sono le correnti. Le loro espressioni possono rappresentare culture di pensiero diverse, ancorché politicamente orientate, o usate come strumenti di mediazione e di contrattazione di equilibri di potere anche al di fuori dell’organo di governo della magistratura. É’ il ramo inquirente il più esposto a pressioni e corteggiamenti e non è un caso che gli scontri più vistosi hanno riguardato nel tempo le nomine presso le Procure, dai cui uffici partono azioni dovute o obbligate che, secondo i tempi di attivazione, possono influenzare, a prescindere dagli esiti processuali, la selezione del personale politico chiamato a governare le istituzioni sia locali che nazionali.

Per completezza delle annotazioni va anche evidenziato, al fine di inquadrare il tarlo del citato  consociativismo, il fatto che i transiti dai Palazzi di Giustizia a quelli delle Istituzioni di elezione politica hanno avuto come protagonisti ex PM di spicco. Si tratta di una constatazione di fatto senza alcuna malizia nei confronti delle singole candidature come riconoscimento al sapere ed al servizio dato.

Quello che oggi fa discutere, e di certo non può essere sottovalutato, sono le vicende che descrivono un “quadro sconcertante ed inaccettabile” perché lede “il prestigio e l’autonomia dell’intero ordine giudiziario”, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ora si parla di svolta. Chi la dovrà dare? Solo la Magistratura o non anche la politica intesa come cultura di governo delle istituzioni democratiche?

Il popolo merita un risposta almeno nella configurazione di un’etica delle responsabilità che riguarda tutti coloro che sono chiamati a svolgere funzioni pubbliche distinte ed indipendenti. Perché, al di là di ogni rivendicazione populistica, che non è una cattiva proposizione, è la democrazia che esige trasparenza, lealtà ed onestà intellettuale.

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