Ottant’anni fa l’Italia votò Repubblica, ma Cava disse Monarchia. Storia di un giorno decisivo
A Cava de' Tirreni la Monarchia ottenne 11.207 preferenze, mentre la Repubblica si fermò a 5.191 voti. Un risultato netto, che vide prevalere in modo schiacciante il fronte monarchico
Mentre tutta Italia oggi celebra l’80° anniversario della nascita della Repubblica, torna attuale il ricordo di quel 2 giugno 1946 che cambiò per sempre il destino del Paese. Una data che appartiene alla storia nazionale, ma che conserva anche una dimensione profondamente locale, fatta di scelte, passioni politiche, speranze e divisioni che attraversarono comunità come Cava de’ Tirreni.
A ottant’anni da quel referendum, che segnò il ritorno della democrazia dopo il fascismo e la guerra, ricordare come votarono i cavesi significa riscoprire una pagina importante della storia cittadina che rappresenta un patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni.
Il 2 giugno 1946 venticinque milioni di elettori, su ventotto aventi diritto, si recarono alle urne per le prime elezioni libere dopo il ventennio fascista e per scegliere tra Monarchia e Repubblica.
La consultazione si svolse tra domenica 2 e lunedì 3 giugno. I seggi aprirono alle 7 del mattino e chiusero alle 13 del giorno successivo. Per la prima volta nella storia nazionale votarono anche le donne su tutto il territorio italiano, protagoniste di una svolta democratica che segnò profondamente la vita civile del Paese. Alcune avevano già partecipato alle elezioni amministrative dei mesi precedenti, ma il referendum istituzionale rappresentò il loro vero ingresso nella vita politica nazionale. Il diritto di voto spettava allora ai cittadini che avevano compiuto 21 anni.
Quel referendum non sancì soltanto la nascita della Repubblica Italiana. Fu il momento in cui gli italiani si riappropriarono della sovranità popolare dopo gli anni della dittatura e posero le basi per il lavoro dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dato al Paese la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
L’Italia si presentò al voto profondamente divisa. Le regioni settentrionali si schierarono in larga parte a favore della Repubblica, mentre nel Mezzogiorno il consenso per la Monarchia rimase molto forte. Le differenti esperienze vissute durante la guerra, il diverso rapporto con la Resistenza e le condizioni economiche e sociali contribuirono a determinare orientamenti elettorali spesso contrapposti.
Anche la provincia di Salerno confermò questa tendenza. La Repubblica raccolse circa il 23% dei voti nel capoluogo e poco meno nell’intera provincia. Non fece eccezione Cava de’ Tirreni, allora città borghese, conservatrice e fortemente legata alle tradizioni monarchiche. La presenza del Vescovado, dell’Abbazia Benedettina e di una classe dirigente moderata contribuì a delineare un contesto favorevole al mantenimento della Corona.
A sostenere la causa repubblicana erano il Partito Repubblicano, il Partito Socialista, il Partito Comunista, una parte della Democrazia Cristiana e alcuni ambienti laici cittadini. Sul fronte monarchico si schierarono invece gran parte delle famiglie della borghesia cavese e il mondo agricolo e contadino. La Chiesa mantenne un atteggiamento sostanzialmente prudente e defilato.
I numeri fotografano con chiarezza l’orientamento della città. Su 19.108 elettori, i votanti furono 18.216. La Monarchia ottenne 11.207 preferenze, mentre la Repubblica si fermò a 5.191 voti. Un risultato netto, che vide prevalere in modo schiacciante il fronte monarchico. Determinante fu il voto delle frazioni, mentre nel centro cittadino il consenso repubblicano risultò più consistente.
A livello nazionale, però, l’esito fu diverso. Lo scrutinio procedette lentamente e per giorni il Paese rimase in attesa del risultato definitivo. Le schede e i verbali arrivavano progressivamente a Montecitorio, nella Sala della Lupa, mentre già dalle prime proiezioni appariva evidente il vantaggio della Repubblica. Il 5 giugno iniziarono a circolare i primi dati ufficiosi; il giorno successivo molti quotidiani annunciarono in prima pagina la vittoria repubblicana. La proclamazione ufficiale arrivò soltanto il 18 giugno 1946: l’Italia diventava una Repubblica e la dinastia dei Savoia lasciava il Paese.
Anche a Cava de’ Tirreni, nonostante la vittoria locale della Monarchia, i sostenitori della Repubblica celebrarono il risultato nazionale con una festa popolare in piazza Duomo. I festeggiamenti, organizzati soprattutto dai giovani delle famiglie repubblicane, si protrassero fino a tarda sera tra musiche, canti della Resistenza e l’Inno di Mameli. I monarchici seguirono la serata dalle sale del Circolo Sociale che si affacciava sulla piazza, accettando con compostezza il verdetto delle urne.
Per l’Assemblea Costituente non venne eletto alcun rappresentante cavese. L’allora sindaco Pietro De Ciccio, candidato con Democrazia del Lavoro e deluso dall’esito della consultazione, rassegnò le dimissioni. A guidare temporaneamente il Comune fu nominato commissario prefettizio Emanuele Cotugno, che amministrò la città fino alle elezioni amministrative dell’ottobre 1946. Durante il suo mandato fu avviata la trasformazione del Teatro Municipale “Giuseppe Verdi” nella sede del Palazzo di Città, accogliendo una proposta dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo.
A ottant’anni da quel referendum, il 2 giugno continua a rappresentare una data fondamentale nella storia nazionale. È il giorno in cui gli italiani scelsero democraticamente il proprio futuro e posero le basi della convivenza civile sancita dalla Costituzione. Anche realtà come Cava de’ Tirreni, che allora si espressero in maggioranza per la Monarchia, fanno parte di quella storia collettiva che ha portato alla nascita della Repubblica e alla costruzione dell’Italia democratica. Ricordare quel voto significa oggi riscoprire il valore della partecipazione, delle istituzioni e della libertà conquistata attraverso la scelta popolare.
Nel giorno in cui l’Italia celebra gli ottant’anni della Repubblica, desidero dedicare queste righe alla memoria dell’avvocato Gaetano Panza, per tutti semplicemente “Ninuccio”. A lui devo il racconto, le testimonianze e i dettagli che hanno reso possibile ricostruire quelle giornate lontane ma decisive per la storia del nostro Paese e della nostra città.
Protagonista della vita politica cavese per molti decenni, Ninuccio Panza ha rappresentato una figura autorevole e appassionata della storia civile e amministrativa di Cava de’ Tirreni. Alla passione politica univa una straordinaria conoscenza della storia locale e una memoria lucida, capace di restituire volti, vicende e atmosfere che il tempo avrebbe altrimenti consegnato all’oblio.
Ascoltarlo significava ripercorrere la storia di Cava attraverso gli occhi di chi l’aveva vissuta e contribuito a scriverla.
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il mio pensiero riconoscente va a lui, testimone attento di una stagione fondamentale della nostra democrazia e protagonista di tante battaglie politiche e sociali che hanno segnato la crescita della città.





