scritto da Gennaro Pierri - 08 Giugno 2026 08:09

Il miracolo non è nel 1656. Il miracolo è adesso

La verità è che viviamo un tempo curioso. Conserviamo tutto. Le fotografie. Gli archivi. Le celebrazioni. Gli anniversari. Eppure fatichiamo a conservare la ragione per cui quelle cose sono nate

foto Angelo Tortorella

Ieri sera, durante l’inizio della processione del Corpus Domini, ho visto una scena che non riesco a togliermi dalla testa. Un bambino teneva stretta la mano del nonno. Il nonno avanzava lentamente dietro il baldacchino. Il bambino guardava tutto con quella curiosità che appartiene solo a chi non ha ancora imparato a dare le cose per scontate.

In quel momento ho pensato che forse la vera domanda di questa festa non riguarda il passato. Riguarda quel bambino. Tra qualche anno sarà ancora lì? Non alla processione. Quello conta relativamente. Sarà ancora capace di credere che esistono cose più grandi di lui? Perché, a ben vedere, è questo il tema nascosto delle parole pronunciate ieri sera dall’arcivescovo Soricelli. Molti hanno ascoltato un’omelia sull’Eucaristia. Io credo che fosse anche un’omelia sul rischio più grande che corre la nostra epoca: ereditare tutto e comprendere sempre meno. Abbiamo ricevuto città bellissime, tradizioni secolari, patrimoni culturali immensi. Abbiamo ricevuto perfino parole come fede, sacrificio, servizio, responsabilità.

Ma ricevere non basta. Un’eredità che non viene compresa diventa arredamento. Resta lì. Si conserva. Si fotografa. Si mostra agli ospiti. Ma smette di parlare. Forse è questo che Soricelli voleva dire quando ha ricordato che il pericolo non è perdere le tradizioni, ma perdere il fuoco che le ha generate. Perché una processione senza fede è folklore. Ma anche una democrazia senza partecipazione è folklore. Una scuola senza passione è folklore. Una famiglia senza dialogo è folklore.

Perfino una città senza cittadini diventa folklore.

La verità è che viviamo un tempo curioso. Conserviamo tutto. Le fotografie. Gli archivi. Le celebrazioni. Gli anniversari. Eppure fatichiamo a conservare la ragione per cui quelle cose sono nate. È come custodire gelosamente una lampada dimenticando che serve a fare luce. Per questo la questione decisiva non è se Cava continuerà a celebrare il Corpus Domini. Probabilmente lo farà ancora per molto tempo.

La questione decisiva è un’altra. Tra cento anni qualcuno saprà ancora perché i suoi antenati consideravano così importante il passaggio dell’Eucaristia tra le strade? Saprà ancora che cosa cercavano? Che cosa speravano? Che cosa amavano? Oppure resteranno soltanto le fotografie? Ogni generazione riceve un patrimonio. Ma ogni generazione deve decidere se trasformarlo in futuro oppure in museo. E forse il messaggio più provocatorio lasciato ieri sera alla città è proprio questo. Il passato non ci è stato consegnato perché lo custodissimo. Ci è stato consegnato perché fossimo degni di continuarlo.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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