Cava de’ Tirreni, impresentabili o innocenti fino a sentenza? Il garantismo non può valere a giorni alterni
La vicenda dei due candidati cavesi segnalati dalla Commissione parlamentare Antimafia riaccende una campagna elettorale finora spenta. Ma un rinvio a giudizio non è una condanna. La politica può e deve essere giudicata, senza però anticipare le sentenze
Una campagna elettorale finora piatta e poco coinvolgente ha rischiato di incendiarsi nelle ultime ore dopo la notizia dei due candidati cavesi considerati “impresentabili” dalla Commissione parlamentare Antimafia.
È bene però chiarire subito un punto: i due candidati non sono stati condannati. Sono rinviati a giudizio e, dunque, in attesa di un processo. Vale ancora, almeno in uno Stato di diritto, il principio della presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva.
Di uno dei due candidati si conosce appena il nome. E a quanto pare si è già ritirato dalla competizione. L’altra è una consigliera comunale uscente del Pd che, come già riportato dal nostro giornale clicca qui per leggere, ha scelto di rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo e ottenere una piena assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Una decisione che, al di là delle opinioni politiche, merita almeno di essere registrata con correttezza.
Le valutazioni politiche restano ovviamente legittime. D’altronde, da sempre abbiamo criticato con durezza l’amministrazione Servalli, che continuiamo a ritenere una delle peggiori esperienze amministrative vissute dalla città, al netto delle narrazioni autocelebrative del sindaco. Ma una critica politica, anche aspra, è altra cosa rispetto alle vicende giudiziarie.
Su questo il principio dovrebbe essere semplice: le sentenze le emettono i giudici, non il dibattito pubblico, né tantomeno il tribunale mediatico. Anticipare condanne prima di una decisione definitiva significa scivolare nel giustizialismo.
Il garantismo, se è un valore, deve esserlo sempre. Non può essere applicato a convenienza o in base all’appartenenza politica. Per questo continuiamo a ritenere che le inchieste vadano rispettate, ma che i processi debbano svolgersi nelle aule di tribunale e non nelle campagne elettorali. E questo vale soprattutto per chi si riempie la bocca di parole magiche come solidarietà, etica, legalità.
Gli elettori hanno il diritto di giudicare candidati e amministratori nel loro complesso. Per ciò che hanno fatto, per la loro capacità amministrativa, per la loro credibilità politica e personale. E, a voler essere sinceri, nella competizione in corso non mancano figure “impresentabili” nel senso più politico del termine. Persone cioè che hanno dimostrato limiti evidenti nella gestione della cosa pubblica, pur senza alcuna contestazione giudiziaria. Altri, invece, impresentabili in quanto improponibili e improbabili come amministratori di una città.
Eppure, su questo, nessuna commissione si pronuncia. Lo dovremo fare noi elettori. Questa è la democrazia.
Chiudiamo quindi qui la vicenda degli “impresentabili” con due ultime considerazioni.
La prima. Questa campagna elettorale continua a non entusiasmare, ma almeno finora ha evitato di trasformarsi in una guerra fatta solo di colpi bassi e delegittimazioni personali per nascondere il vuoto politico che pure emerge in più di uno schieramento.
La seconda. Vale la pena ricordare oggi più che mai una celebre frase di Pietro Nenni: «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».
Meno oltranzismo e più equilibrio restano una buona regola di civiltà, soprattutto quando si parla di giustizia ed etica pubblica.







