Cava de’ Tirreni, il tempo di ritrovarsi: memoria, cambiamento e una comunità che vuole contare
Dopo ventisei anni da osservatore attento della città, una riflessione sul nuovo clima post‑elettorale e sulle attese dei cavesi. Tra memoria, partecipazione e responsabilità, la sfida è trasformare l’ascolto in azione concreta
Sono ormai ventisei anni che mi sono trasferito da Napoli a Cava de’ Tirreni. Era il lontano 2000, e da poco era entrato in vigore l’euro. Ventisei anni da osservatore del territorio metelliano, un traguardo che porta, inevitabilmente, a riflettere sul tempo: quello personale, quello professionale, ma anche quello collettivo. A poco oltre un quarto di secolo si porta con sé una memoria viva dei luoghi. Si ricorda la cittadina nuova da scoprire della prima età adulta, quella attraversata a piedi, vissuta nelle piazze, nei bar, nelle strade, nei punti di ritrovo che diventavano piccole mappe affettive. Una cittadina che non era necessariamente migliore, ma certamente diversa da quella natìa: più fisica, più immediata, più legata all’incontro reale.
Proprio a questo tema è dedicato questo mio contributo post elettorale: una riflessione su come un napoletano abbia vissuto Cava de’ Tirreni nelle diverse ‘governance’ cittadine. Non un esercizio di nostalgia, ma un tentativo di comprendere cosa quelle amministrazioni avvicendate abbiano rappresentato per la mia crescita culturale, per le mie relazioni, per il mio modo di sentirmi parte di una comunità. Una memoria che non può restare chiusa nel passato. Deve diventare uno strumento per leggere meglio il presente alla luce di un nuovo sindaco. Perché la cittadina di oggi vuole altro: chiede ascolto, partecipazione. Chiede di essere compresa prima ancora che ridisegnata.
Non a caso il nostro direttore Petrillo, nell’editoriale dell’altro ieri, ha fotografato argutamente, oserei dire doverosamente al ‘vetriolo’, la fine di un’èra ultradecennale che ha provocato ovunque macerie alla cittadina metelliana. È un peculiare percorso di cronaca giornalistica che merita attenzione, perché ogni spazio di ascolto rappresenta un’opportunità. Ma diventa fondamentale che oggi più che mai, alla luce di una nuova èra (almeno si spera!), il confronto non si esaurisca nella forma dell’incontro, bensì trovi concretezza nella capacità di accogliere davvero le istanze emerse da tutti i cavesi e trasformarle, quando possibile, in indirizzi fattivi. Altrimenti, ogni cambiamento, se non viene ascoltato, rischia di diventare distanza. Distanza tra generazioni, tra cittadini ed istituzioni, tra centro e periferie, tra chi decide e chi ogni giorno vive concretamente i luoghi.
In questo percorso, noi di Ulisse on line vogliamo continuare a fare la nostra parte: osservare, vigilare, raccontare, mettere in relazione punti di vista diversi. La ricchezza del giornale sta anche nei suoi collaboratori di età differenti, negli approcci sempre nuovi, nelle tematiche variegate che ogni numero accoglie. È da questa pluralità che nasce uno sguardo più ampio sulla cittadina metelliana, capace di tenere insieme memoria e cambiamento, esperienza e futuro, radici e desiderio di trasformazione.
Ogni nostra critica sull’èra disastrosa di Servalli ci fa guardare indietro senza restare fermi. Il nostro compito più autentico è non limitarsi a registrare ciò che accade, ma provare ad interpretarlo ed è ciò che auspichiamo dal neo sindaco Giordano, dare voce alle domande, accendere attenzione, accompagnare i processi di trasformazione con responsabilità, costruire connessioni. È proprio questo il senso più profondo dell’essere sindaco: unire ciò che rischia di restare separato. Generazioni, esperienze, sensibilità, memorie, visioni. Mettere in dialogo chi ricorda com’era la cittadina di Servalli e chi immagina come potrebbe diventare quella di Giordano. Dare spazio a chi ha costruito e a chi vuole costruire ancora, a chi porta esperienza e chi porta visioni nuove. Il tempo che passa non deve renderci spettatori, ma cittadini più consapevoli.
Possiamo (dobbiamo!) ancora scegliere di esserci, di partecipare, di ascoltare, di proporre. Perché il futuro appartiene a chiunque abbia ancora il coraggio di prendersene cura.







