Cava de’ Tirreni, il cielo si illumina: i droni alla Festa del Santissimo Sacramento tra innovazione e tradizione
Tra droni luminosi e fuochi che non esplodono, la Festa del Santissimo Sacramento apre un confronto acceso sul futuro della tradizione. Cava de’ Tirreni si interroga: innovazione rispettosa o identità messa alla prova?
Riceviamo e pubblichiamo
La Festa del Santissimo Sacramento a Cava de’ Tirreni non è una semplice ricorrenza; è l’anima stessa della città.
Da secoli, il mix di fede, folklore e il fragore dei trombonieri unisce la comunità in un rituale immutabile.
Eppure, quest’anno, lo sguardo di migliaia di cavesi rivolto verso il Monte Castello ha incrociato qualcosa di inedito: non più i tradizionali e amatissimi fuochi d’artificio, se non quelli cadenzati degli spari degli archibugi, ma uno sciame di droni luminosi a disegnare storie nel cielo notturno.
Uno spettacolo atteso per un anno intero cui ogni cavese assiste con sguardo rivolto al Monte in segno di rispetto e devozione, in compagnia di amici e parenti tra l’odore della milza ed il sapore della pastiera.
L’introduzione di questa tecnologia ha sollevato un dibattito acceso tra i vicoli del borgo porticato.
Si tratta di una spettacolare evoluzione o di una silenziosa violazione della tradizione?
Per i sostenitori del cambiamento, lo spettacolo dei droni rappresenta il perfetto connubio tra passato e futuro. I vantaggi di questa scelta sono molteplici e difficili da ignorare.
Vale la pena enunciarli a favore di una soluzione innovativa, magari migliorabile, ma certamente non da bocciare aprioristicamente in nome di un richiamo nostalgico alla tradizione violata. Il Monte Castello, con la sua fitta vegetazione, è storicamente esposto al rischio incendi durante i fuochi pirotecnici. I droni azzerano questo pericolo e riducono l’inquinamento acustico e ambientale.
Attraverso coreografie di luce millimetriche, i droni possono letteralmente “disegnare” la storia di Cava, l’ostensorio, lo stemma cittadino, la figura di Mamma Lucia nonché altri immagini evocative della storia millenaria di Cava, regalando un’emozione visiva inedita e adatta alle nuove generazioni.
Peraltro, l’assenza di forti botti, in nome della piena inclusione, protegge persone con problemi evidenti di percezione della realtà nonché gli animali domestici e la fauna selvatica del parco circostante, tema sempre più caro alla sensibilità odierna.
Dall’altro lato del ponte, i puristi della festa storcono il naso.
Per chi vive la solennità del Sacramento con il sangue dei trombonieri nelle vene, la tradizione non è un concetto astratto, ma un’esperienza sensoriale completa.
“La festa ha un profumo, ed è quello della polvere pirica. Ha un suono, ed è il boato che fa tremare il petto.”
Per i tradizionalisti, la luce fredda e calcolata di un algoritmo non potrà mai sostituire il calore, l’imprevedibilità e la maestosità del fuoco d’artificio tradizionale. C’è il timore che, standardizzando l’evento con tecnologie moderne, si perda quel brivido antico che dal 1656 (anno della liberazione dalla peste) unisce il popolo metelliano.
La verità, come spesso accade a Cava, sta nella capacità di fare sintesi.
I droni al Monte Castello non devono essere visti come i “killer” della tradizione, ma come custodi tecnologici capaci di affiancarla. L’innovazione non viola la tradizione se messa al suo servizio.
Immaginare un futuro in cui il millenario sparo del pistone, la solenne benedizione dal Castello e la tecnologia dei droni coesistono, non significa tradire il passato, ma garantire che la Festa del Santissimo Sacramento continui a stupire e a parlare al mondo, rimanendo eterna.
In un’epoca in cui trionfa il rumore siamo cosi convinti che il silenzio, con il suo intrinseco valore di inclusione di ogni espressione e sensibilità, non possa sublimare per qualche minuto di sguardo rivolto al Monte Castello, nel rispetto di tutti, il significato di una festa già scandita, nel suo volgere, dal suono ritmico del rullio di tamburi, dalle note delle chiarine e dal fragore dello sparo dei pistoni?
Ai posteriori l’ardua sentenza.
Massimo Mariconda







