Brunei – Italia

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foto tratta dal profilo Fb della Camera dei Deputati

In Brunei, piccolo sultanato dell’arcipelago indonesiano, hanno appena varato nuove norme per la sicurezza delle famiglie, delle donne, delle case e dei portafogli delle persone. Ai ladri verranno amputati, a seconda della modalità del furto, una mano o un piede, o entrambi; le adultere saranno lapidate e le donne che usciranno per strada senza velo e manto che le copra dai capelli alle caviglie saranno frustate. Per non dire delle decapitazioni per omosessuali, miscredenti ed autori di reati che a noi occidentali sembrano piuttosto diritti inalienabili delle persone. Perdiana, questa sì che è sicurezza!

È la legge della sharia, applicata in verità non solo nel Brunei, ma in molti paesi islamici, nei quali vige altresì il razzismo più esasperato verso gli immigrati. Altro che Salvini e Meloni con la loro banale castrazione chimica temporanea degli stupratori; lì sì che trovano requie le angosce securitarie della gente.

Fuor d’ironia, nel corso della discussione parlamentare sul codice rosso – le nuove norme a tutela delle donne – la Lega di Matteo Salvini ed i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni hanno provato ad inserire nel testo della legge un articolo che avrebbe introdotto nel codice penale italiano la pena della castrazione chimica per i rei di stupro. Oddio, so bene che si sarebbe trattato di una misura temporanea, alla quale avrebbe potuto sottoporsi volontariamente il violentatore in cambio di una riduzione della pena detentiva. Come so bene che tale misura è vigente in numerosi stati dell’Occidente. A me, però, appare comunque agghiacciante! Non tanto per l’evirazione a tempo determinato in sé, quanto perché si è tentato di introdurre nel nostro civilissimo codice penale la pena della mutilazione fisica come sanzione di un reato. Se quell’emendamento fosse passato, si sarebbe aperta una breccia attraverso la quale in futuro, poco alla volta e magari a seguito di nuovi episodi di violenza, si sarebbe potuto introdurre nelle norme penali italiane finanche la pena della tortura. Per fortuna il M5S ha avuto un attimo di resipiscenza ed ha votato con Forza Italia, il Pd e LeU contro questa aberrazione, evitando che l’emendamento passasse. Resta però la legittimazione della discussione parlamentare sul tema.

Il bello è che a proporre questa norma para-islamista sono stati i gruppi parlamentari che più si battono per la difesa dell’identità cristiana dell’Italia e dell’Europa. E dove, se non nei secoli bui del medioevo, possono mai riscontrare nell’identità dell’Occidente il principio dell’amputazione fisica dei rei? La difesa della nostra identità, non è prima di tutto difesa della nostra civiltà democratica, liberale, tollerante, fondata sullo stato di diritto?

Va altresì sottolineato come, al di là di qualche commento sui quotidiani delle famigerate élite, non ci sia stata alcuna levata di scudi sui social, cioè sui veri vettori della comunicazione contemporanea. Tanto meno da parte dei movimenti femministi, così orgogliosamente fieri della loro resilienza rivoluzionaria.

Com’è possibile? Non è che stiamo cadendo tutti nella trappola della spirale “fatti di cronaca- inefficienza nella gestione della giustizia ordinaria-incertezza della pena-allarme sociale-legislazione d’emergenza” su cui si sta fondando un progressivo stravolgimento del nostro sistema giudiziario? Non è il caso di cominciare a chiedersi dove stia il confine tra il bisogno psicologico di sentirsi protetti e la caduta nella barbarie? E magari, dopo aver individuato e tracciato questo santo confine, edificarvi un muro culturale e politico, questo sì impenetrabile, per non finire nel territorio orribile della violenza di stato?

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