scritto da Redazione Ulisseonline - 23 Ottobre 2026 12:53

Le radici profonde della questione meridionale

Dalle analisi di Villari alle indagini di Franchetti e Sonnino, fino alle letture politiche di Salvemini: un viaggio nelle strutture sociali, nei poteri locali e nelle continuità che hanno segnato il Mezzogiorno dopo l’Unità

Prosegue la pubblicazione della terza parte del mini saggio del professore Giovanni Santoriello sulla questione meridionale la cui seconda parte è stata pubblicata lo scorso 18 ottobre clicca qui per leggere.

 

Pasquale Villari: la scoperta della questione meridionale

Nel 1875 sono passati appena quattordici anni dalla proclamazione del Regno d’Italia. Eppure Pasquale Villari avverte che qualcosa non funziona nel nuovo Stato.

Napoletano di nascita, storico e professore, Villari non è un nostalgico dei Borbone e non mette in discussione l’Unità. Il suo problema è, semmai, l’opposto: capire perché l’Italia unita non riesca a integrare realmente il Mezzogiorno.

Nel 1875 pubblica sull’«Opinione» le Lettere meridionali, indirizzate al direttore del giornale Giacomo Dina. Raccolte poi in volume nel 1878, diventeranno uno degli atti di nascita del meridionalismo italiano.

La domanda di Villari è semplice e, per il nuovo Stato, inquietante: come è possibile che, dopo aver costruito l’Italia, una parte così grande degli italiani continui a vivere in condizioni di miseria e di abbandono?

Villari non si limita a descrivere la povertà. Cerca di comprenderne le cause e guarda soprattutto alla struttura della società meridionale: la grande proprietà terriera, spesso poco interessata alla modernizzazione, e una classe dirigente incapace di produrre quel rinnovamento che l’Unità avrebbe dovuto favorire.

La sua prospettiva è importante perché sposta il problema. Non cerca una spiegazione nel carattere dei meridionali (erano piuttosto diffusi, soprattutto nei primi anni dopo l’Unità, alcuni stereotipi negativi sul carattere meridionale: indolenza, individualismo, scarsa disciplina, incapacità di autogoverno) ma nelle condizioni sociali, economiche e politiche nelle quali essi vivono.

E intravede anche un pericolo più generale: se lo Stato non affronta quelle condizioni, la questione sociale può trasformarsi in una crisi politica. Il suo meridionalismo nasce dunque anche dalla convinzione che riformare sia necessario prima che il disagio sociale diventi conflitto aperto.

Ma Villari, a questo punto, ci lascia davanti a una domanda ancora più concreta:

com’è organizzata quella società? Chi possiede la terra? Come vivono i contadini? Chi esercita realmente il potere nei paesi e nelle campagne? E quale rapporto esiste tra povertà, potere e violenza?

 

 

Franchetti e Sonnino: vedere il Mezzogiorno da vicino

Per provare a rispondere a queste domande non basta più ragionare da lontano: bisogna andare a vedere direttamente quella realtà. È quello che decidono di fare, pochi anni dopo, due giovani toscani, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino.

Nel 1876 hanno poco più di trent’anni e partono per la Sicilia. Tra marzo e maggio percorrono l’isola a cavallo, visitano le campagne, incontrano persone, raccolgono testimonianze e osservano direttamente le condizioni di vita.

Nel 1877 pubblicano due libri: Sonnino, I contadini in Sicilia, e Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. I due testi vengono pubblicati insieme sotto il titolo La Sicilia nel 1876 e costituiscono una delle prime grandi indagini sociali sul Mezzogiorno.

Che cosa vedono? Una società profondamente diseguale. Da una parte, grandi proprietari e gruppi capaci di controllare risorse e potere; dall’altra, una popolazione contadina poverissima, con bassi livelli di istruzione e condizioni di vita difficili.

Sonnino si concentra soprattutto sul mondo rurale: analizza il latifondo, l’assenteismo dei proprietari e i rapporti agrari sfavorevoli ai contadini. E qui ritroviamo un problema già incontrato parlando del brigantaggio: la questione della terra non è affatto scomparsa. Povertà, conflitti agrari e domanda di riforme continuano a condizionare profondamente la vita delle campagne.

Franchetti invece sposta lo sguardo su un altro nodo: il rapporto fra potere economico, potere politico e violenza.

Come è possibile che, in una società nella quale lo Stato dovrebbe garantire legge, sicurezza e giustizia, queste funzioni vengano spesso sostituite da rapporti personali, protezioni, clientele e forza privata?

È in questo contesto che affronta il fenomeno della mafia. La sua intuizione è innovativa: non la considera semplicemente una banda di criminali, ma un fenomeno inserito nei rapporti sociali e di potere dell’isola. Il Senato, richiamando quella celebre analisi, ricorderà la sua definizione della Sicilia come uno «stato di relazioni sociali a mano armata».

Il problema, dunque, non è soltanto la criminalità, ma la debolezza dell’autorità pubblica e la possibilità che poteri privati ne occupino gli spazi.

Ed è una domanda che ci porta direttamente alla politica: perché lo Stato italiano non riesce a costruire nel Mezzogiorno istituzioni autorevoli, una classe dirigente moderna e rapporti sociali più equi?

Il Gattopardo

E qui possiamo fare una piccola deviazione dalla storia alla letteratura, perché qualche decennio dopo sarà Tomasi di Lampedusa, ne Il Gattopardo, a raccontare con gli strumenti della narrativa una parte di quel mondo che Franchetti e Sonnino avevano osservato da vicino.

Nel romanzo, ambientato nella Sicilia del passaggio dai Borbone all’Italia unita, il principe di Salina assiste al tramonto del vecchio ordine e comprende che il nuovo potere non significa necessariamente una vera trasformazione dei rapporti sociali.

Tancredi, il nipote del Principe, si unisce ai garibaldini, ma non perché abbia abbracciato gli ideali democratici e repubblicani di Garibaldi. Capisce semplicemente che il vecchio ordine è destinato a tramontare e che, per salvare il proprio posto nel nuovo mondo, bisogna stare dalla parte della storia che vince. Ad un certo punto dice allo zio Fabrizio: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.»

Una frase diventata proverbiale, ma che nel romanzo ha un significato storico preciso: cambia il regime politico, nasce l’Italia unita, ma le vecchie élite mostrano una straordinaria capacità di adattarsi al nuovo ordine e di conservare il proprio ruolo.

Dopo l’unità d’Italia a casa del principe arriva il nobile torinese Chevalley che propone a Fabrizio Salina di diventare senatore del Regno. “Dopo la felice annessione, volevo dire dopo la fausta unione della Sicilia al Regno di Sardegna, è intenzione del governo di Torino di procedere alla nomina a Senatori del Regno di alcuni illustri siciliani; le autorità provinciali son state incaricate di redigere una lista di personalità da proporre all’esame del governo centrale ed eventualmente, poi, alla nomina regia e, come è ovvio, a Girgenti si è subito pensato al suo nome, Principe: un nome illustre per antichità, per il prestigio personale di chi lo porta, per i meriti scientifici, per l’attitudine dignitosa e liberale, anche, assunta durante i recenti avvenimenti.” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1981, pagg 118-119). È un lapsus, naturalmente, ma è un lapsus che dice molto. «Annessione» suggerisce che un territorio venga incorporato in uno Stato che già esiste; «unione», invece, evoca l’idea di territori diversi che scelgono o riescono a diventare parte di uno stesso Stato.

Chevalley si corregge subito, ma Tomasi di Lampedusa lascia lì quella parola. E quella parola sembra rivelare, per un istante, la distanza tra il linguaggio ufficiale dell’Unità e il modo in cui essa poteva essere percepita da chi l’aveva vissuta nel Mezzogiorno.

Il Principe rifiuta, tra la costernazione di Chevalley. E allora, quasi a indicare quale sarà la nuova classe dirigente della Sicilia, suggerisce amaramente lui stesso un nome: «C’è un nome che vorrei suggerire per il Senato: quello di Calogero Sedàra.» E subito dopo aggiunge: «È l’individuo che fa per voi». Ciccio Sedàra, il sindaco di Donnafugata, è praticamente l’opposto del principe di Salina. Il principe appartiene a un’aristocrazia antica, colta e raffinata, ormai consapevole che il proprio mondo sta tramontando. Sedàra, invece, è un uomo rozzo, incolto, abilissimo negli affari, che ha costruito la propria fortuna prestando denaro a usura e approfittando delle difficoltà economiche dei nobili per acquistare le loro terre.

Eppure è proprio lui a rappresentare il nuovo potere. L’antica aristocrazia declina, mentre uomini come Sedàra riescono a inserirsi nel nuovo ordine e a conquistare posizioni di prestigio.

“Chevalley pensava: “Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto.” Il Principe era depresso: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1981, pag.127).

Sono pagine straordinarie perché contengono, in forma letteraria, una domanda che ritroveremo nella riflessione politica di Salvemini: quanto può cambiare davvero una società quando cambiano le istituzioni, ma chi detiene il potere riesce ad adattarsi al nuovo sistema?

È la domanda che ci porta direttamente a Salvemini, e alla sua critica delle classi dirigenti meridionali e del trasformismo politico.

Gaetano Salvemini: il problema diventa politico

Se Villari aveva detto «guardiamo al Mezzogiorno», e Franchetti e Sonnino avevano risposto «andiamo a vedere come funziona quella società», Salvemini compie un passo ulteriore: «Vediamo chi governa quella società e attraverso quali meccanismi»

Gaetano Salvemini nasce a Molfetta nel 1873, una generazione dopo Villari, Franchetti e Sonnino. Storico e, nei primi anni, socialista, diventerà uno dei più radicali interpreti della questione meridionale.

La sua intuizione fondamentale è che la povertà del Mezzogiorno non possa essere spiegata soltanto dall’arretratezza economica o dalla struttura agraria. Bisogna guardare anche alla politica.

Salvemini concentra la sua attenzione sulle classi dirigenti locali e sul rapporto tra grandi proprietari, amministrazioni e potere politico.

Una parte dei proprietari e dei notabili meridionali, secondo la sua analisi, riesce a utilizzare le istituzioni e le reti personali di consenso per difendere i propri interessi. Il sistema politico dell’Italia liberale finisce così per alimentare clientelismo e trasformismo.

La domanda cambia ancora: perché una parte delle classi dirigenti dovrebbe trasformare profondamente una situazione dalla quale trae vantaggio?

È una domanda scomoda, perché porta la questione meridionale dentro il problema più generale del funzionamento dello Stato liberale.

Per Salvemini, il trasformismo, affermatosi politicamente con Depretis negli anni Ottanta dell’Ottocento, favorisce accordi parlamentari e personali che attenuano la contrapposizione tra maggioranza e opposizione.

Nel Mezzogiorno questo meccanismo può diventare particolarmente importante: il controllo del consenso locale diventa una risorsa politica nazionale.

Il grande proprietario, il notabile, l’amministratore locale non sono più soltanto figure economiche: diventano anche intermediari tra la popolazione e lo Stato.

E così la questione meridionale non riguarda più soltanto i contadini. Riguarda il modo in cui il potere viene costruito e distribuito.

Salvemini critica inoltre il protezionismo doganale introdotto con la tariffa del 1887. I dazi vengono innalzati soprattutto su grano e cereali, zucchero, ferro e acciaio, oltre che su diversi prodotti industriali, con l’obiettivo di proteggere la produzione nazionale dalla concorrenza straniera.

La scelta favorisce lo sviluppo dell’industria italiana del nord, soprattutto nei settori protetti, ma ha conseguenze problematiche per alcune produzioni agricole meridionali. Vino, olio, agrumi e altri prodotti pregiati destinati all’esportazione subiscono infatti il contraccolpo della guerra commerciale con la Francia, iniziata proprio nel 1887.

Per Salvemini, quindi, il Mezzogiorno finisce per pagare una parte del costo dello sviluppo industriale nazionale: mentre le industrie protette trovano un mercato interno più favorevole, una parte dell’agricoltura meridionale perde importanti sbocchi sui mercati esteri.

Ma il quadro è più complesso del semplice contrasto tra Nord e Sud. Il dazio sul grano protegge infatti anche i grandi proprietari cerealicoli, molti dei quali meridionali. Si crea così una convergenza di interessi tra industria e grande agricoltura, quello che la storiografia ha definito «blocco industriale-agrario».

Salvemini, dunque, non attribuisce al Nord la responsabilità di tutti i problemi del Mezzogiorno: denuncia sia le scelte dello Stato nazionale, sia il ruolo delle élite meridionali nella conservazione di determinati equilibri di potere. La questione meridionale diventa così anche una questione di interessi e di responsabilità politiche.

Ed è proprio da qui che nasce una domanda più radicale: è possibile trasformare il Mezzogiorno senza cambiare i rapporti di forza dell’intera società italiana?

È la domanda che ci conduce a Antonio Gramsci.  Con lui lo sguardo si allarga: non si tratta più soltanto di capire chi governa il Mezzogiorno, ma come l’intera struttura della società italiana contribuisca a produrre e riprodurre il divario tra Nord e Sud. (3^ parte – segue)

professor Giovanni Santoriello

 

 

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