Intervista ad Angela Vecchione… il racconto di una Napoli dolente

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“La piazza era fatta così, quando qualcuno aveva trovato il suo luogo di appartenenza se lo teneva stretto e, automaticamente, quel posto diventava suo. Nessuno poteva farci nulla. Una proprietà non garantita dalla legge scritta, ma altrettanto valida.”

La piazza di cui parla Angela Vecchione, nell’omonimo libro edito da Robin Edizioni, è Piazza Garibaldi, lo spazio che accoglie chi mette piede a Napoli uscendo dalla stazione. “Un microcosmo dell’umanità tutta. Un impasto spocchioso di affare e malaffare che calcava l’asfalto suo e del reticolato di strada adiacenti; una identità che si compiva nei granelli di polvere depositati sui banchetti degli ambulanti, nella messinscena farsesca dei soliti giochi perpetrati dai truffatori ai turisti, nelle braccia dei baristi nei bar che la incorniciavano, nell’ammiccamento esplicito delle donne in cerca di compagnia serale, nelle slot machine nascoste tra gli anfratti degli esercizi commerciali, nei venditori abusivi di bibite, nelle ronde poliziesche dei Falchi su moto di grossa cilindrata. Nella gente di ogni tipo che come un fiume ogni giorno inondava tutti i centimetri del suo suolo abusato.”

Il libro narra la relazione tra Rosa, moglie di un contabile della camorra arrestato perché coinvolto in un omicidio, e Domenico, un falco della squadra mobile, un uomo apparentemente senza paura. Ma questo romanzo dà voce soprattutto agli ultimi che con i loro drammi e i loro vissuti emotivi resistono grazie alla vicinanza che da sempre lega gli esseri umani tra di loro. Ci sono Tonino e Vincenzo, due tossici che sopravvivono tra una dose e l’altra calcando il suolo della stazione, due vite marginali che di notte dormono in un treno dismesso puntualmente sgomberato dalla polizia al mattino e che resistono, arrancano, sudano racimolando i soldi che servono a comprare due dosi di eroina e così andare avanti. C’è la storia d’amore tra Giuliana, vittima di abusi paterni, e Anna che le offre una seconda esistenza. C’è il legame profondo tra due fratelli, Diego e Danilo, i figli di Rosa che cercano di non farsi corrompere da quello che li circonda.

Abbiamo incontrato la scrittrice, Angela Vecchione, con la quale abbiamo chiacchierato del libro e non solo.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro che parla degli ultimi, di questa porzione di mondo spesso volutamente dimenticata?

Il bisogno di narrare queste vicende viene da lontano. All’inizio degli anni Duemila, lavoravo nella biglietteria che si incontrava uscendo dalla stazione, un chiosco piccolino due metri per due metri. Per anni ho visto Napoli attraverso quel vetro e per anni ho pensato a come avrei potuto parlarne, ma ho cercato per molto tempo la voce attraverso la quale esprimere quella realtà.

Avessi scritto un libro dal tenore comico del tipo “Scusi un’informazione” raccontando tutti gli aneddoti divertenti per le informazioni di ogni tipo che la gente veniva a chiedere avrei potuto pubblicarlo subito e avrei ottenuto sicuramente più successo, ma io volevo dare voce ad uno spaccato che in parte ho conosciuto di persona e che ovviamente ha toccato corde molto profonde. Volevo proprio raccontare la piazza attraverso la mia esperienza.Colore e folclore, ma anche umanità e disgrazia.

Alla fine, quindi, ha scelto di raccontare una Napoli dolente, in cui protagonisti i disgraziati, i miserabili. Un personaggio sicuramente di grande caratura umana, quasi tragico si può dire, è Tonino, il tossico che è capace di prendersi cura dell’amico Vincenzo, con una pietas commovente, lo stesso che dopo anni si presenta alla porta delle sorelle per rubare i soldi che gli servono per la dose.

Tonino e Vincenzo sono esistiti veramente. Qualcuno mi ha detto ho usato tinte veramente scure nel ritrarli,ma come spesso avviene la realtà supera davvero la fantasia. Tonino e Vincenzo, che ovviamente non si chiamavano così, avevano trovato nella loro unione un modo per resistere, dormivano su un treno occupato tutte le sere, poi la polizia andava a sgombrarlo ogni mattina. Tonino mi diceva: “Cambiami questi soldi ma non darmeli tutti insieme perché altrimenti me ne compro due di dosi e mi viene qualcosa.” Malgrado il totale abbandono nel quale vivevano, riuscivano ancora ad avere la forza di preservare la loro esistenza, di prendersi cura l’uno dell’altro. Spesso mi è stato detto che la figura di Antonio impressiona molto, ed in effetti forse è perché è la figura per la quale io ho sofferto di più scrivendola. È il debito che ho nei confronti di una persona davvero esistita e che si prendeva cura del suo amico.Poi c’è Rosa che in qualche modo è esistita anche lei. C’era questa donna che ogni venerdì andavaa trovare il marito in carcere ad Ariano, e sebbene lui l’avesse fatta soffrire molto, sia fisicamente che emotivamente, lei non mancava quell’incontro, un appuntamento al quale riservava devozione e puntualità. Lei non ha le caratteristiche della mia Rosa, ma mi piace immaginare che il mio personaggio e le sue scelte in qualche modo abbiano riscattato i dolori della Rosa vera.

Lei ha frequentato Napoli all’inizio degli anni Duemila ma la storia è ambientata nel 1985. Come mai?

L’ambientazione ha in parte una motivazione legata alla finzione del romanzo. Negli anni ottanta avevamo due possibilità che oggi ci sono precluse: l’attesa e il perdersi. Oggi siamo perennemente tutti raggiungibili ed è rimasto poco spazio all’attesa, incastrati in esistente facili in cui tutto è sempre disponibile on demand.Anche gli affetti talvolta. Dunque, alcuni passaggi che ci sono nel romanzo sarebbero stati poco credibili ai giorni nostri.

Inoltre all’epoca dei fatti di cui parlo quella zona di Napoli era davvero terra di nessuno, viveva un post sisma perpetuo, c’era la diffusione in larga scala dell’eroina che riduceva i giovani a poco più che zombie. Sono cose che alcuni documentari dell’epoca, su tutti Giò Marrazzo, raccontano molto bene.

Oggi c’è la tendenza a ripulire i centri delle città. Gli emarginati sono spinti verso le periferie ma in molte si attuano moti di resistenza, di rivoluzione quasi. Basti pensare a Scampia con realtà come gli editori Marotta&Cafiero, la Scugnizzeria, dove lo spacciodi libri ha sostituito quello della droga. Dove non arrivano le istituzioni, ci sono associazioni che partono dal basso ma che riescono ad ottenere buoni risultati. Ovviamente i problemi non sono scomparsi ma credo ci sia più coscienza e voglia di riscatto di quanto ce ne fosse nel mondo che descrivo io.

La sua sembra una visione ottimista. Prima la piazza era fatta di emarginati che però conservavano una grande umanità, oggi la piazza è ripulita ma l’umanità c’è ancora o regna l’indifferenza?

Guardi, spesso è proprio nelle condizioni di emarginazione che si rintraccia l’umanità che c’è tra i personaggi di questo libro che, nel loro non avere niente, resistono e formano famiglia. La famiglia come gruppo di persone che sceglie di stare insieme e che ha poco a che vedere con i legami di sangue.

Adottare delle misure che facciano star bene una comunità è quello che ci dovremmo augurare, a livello politico e civile ma ovviamente questo non significa che siamo diventati tutti più buoni, anzi l’indifferenza di cui parla può derivare dal fatto che c’è sempre meno tempo per prendersi cura dell’altro. Sempre meno si guarda l’altro. 

Parliamo di lei: è un’insegnante ma, oltre la Laurea e il suo lavoro in biglietteria che le ha dato l’idea del romanzo, ha anche seguito la scuola di scrittura Holden. Come si è scoperta scrittrice? Crede che queste scuole di scrittura servano a chi vuole intraprendere la strada dello scrittore?

Io non ho mai scritto per me, ho sempre immaginato storie destinate agli altri. La scelta stessa di scrivere, fosse anche un diario, è già di per sé un modo di lasciare a qualcun altro la possibilità di leggere, per quanto la si adotti come atto intimo.

Prima di partecipare ai corsi della scuola Holden, mi sono laureata in Lingue e ho lavorato nell’organizzazione di eventi internazionali, lavoro che mi ha dato l’opportunità di conoscere molte persone che vivono in contesti diversi, di confrontarmi con una parte che è altro da me e anche questo mi è servito molto nel rielaborare il materiale umano per delle storie.

Alla scuola Holden ho seguito dei corsi di scrittura creativa che avevano focus specifici: uno sul romanzo, uno sulla scrittura di racconti, un corso di sceneggiatura. È con questo corso che ho iniziato ad immaginare di dare vita ai personaggi che poi hanno popolato nel romanzo La piazza.

Ritengo che questi corsi mi siano serviti molto ma le caratteristiche che in qualche modo vedo in chi scrive sono tre e per due di esse non esistono corsi di scrittura: uno sguardo empatico sul mondo, l’esercizio e lo sviluppo di una tecnica e, più importante di tutti, una lettura costante e attenta. Non puoi essere uno scrittore se non sei stato prima un avido lettore.

Tra l’altro seguendo la scuola Holden, ho conosciuto Lea Maria Iandorio fondatrice di exlibris20, rivista letteraria online, direttrice della scuola Holden per molti anni.

Exlibrisera una rivista,nata oltre vent’anni fa in Irpinia, fatta da lettori, molti dei quali ragazzi del liceo classico, che recensivano i libri che leggevano. Vi collaborarono anche figure importanti come Scarpa e Rastello. Dopo vent’anni la rivista è rinata su piattaforma digitale. Oggi io faccio parte della redazione, recensisco libri, mi occupo della newsletter, ho fatto vari focus sulla riqualifica di alcuni territori grazie ai libri. È un incubatore di idee e uno strumento di educazione alla lettura. 

Ha parlato del progetto di exlibris20 nato in Irpinia negli anni Novanta, della fortuna di trovarsi a Milano e quindi partecipare alla scuola Holden, mi chiedevo quanto fa nella formazione di uno scrittore anche l’ambiente culturale che lo circonda? E l’Italia è un ambiente vivo sotto questo punto di vista?

Un ambiente culturale ricco e pieno di stimoli favorisce lo sviluppo di certe riflessioni ma credo che anche nel rapporto uomo-natura, anche nella solitudine si riescano a formulare idee interessanti. Non vedo nelle provincie necessariamente uno spazio periferico e marginalizzato.

È ovvio che l’ambiente culturale stimolante serve soprattutto per creare dei contatti: quando un libro che merita arriva ad una casa editrice, considerato quanto sia saturo il mercato anche di nuove proposte, avere un canale fatto da una rete di conoscenze aiuta. Come aiuta in tutti i settori.

Tuttavia qualsiasi posto ha potenzialità enormi rispetto alla capacità di fare rete.

Oggi vedo tanto fermento da parte di associazioni e piccole realtà che riescono, attraverso la dedizione di persone che credono in ciò che fanno, a portare l’attenzione sui libri, sulla cultura e la lettura.

Io stessa faccio parte di una realtà nata ad Avellino che si chiama Ebbridilibri, associazione che nasce dalla buona volontà degli insegnanti di ogni ordine e grado di realizzare attività rivolte ai soci ma anche alla collettività. Stiamo lavorando alla seconda edizione del festival “Incantautori in città” per portare ad Avellino grandi autori di libri per bambini e ragazzi con tanti laboratori dedicati. Una manifestazione itinerante che si sviluppa in più luoghi della città e che coinvolge molte scuole. Un’altra delle iniziative dell’associazione è stata quella di creare una casetta di libri, posizionata sul corso principale della città a cui sono stati donati libri nuovi da parte di case editrici fruibili gratuitamente dalla comunità.

Quando si muove una piccola associazione a servizio di una cittadinanza, al di là dei grandi numeri dell’editoria e tutto quello che è il mondo imprenditoriale dei libri, si riesce a  fare tanto, lavorando sul territorio. Questo tipo di fermento si può rintracciare anche in paesi di provincia dove invece le istituzioni, spesso, fanno ben poco.

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