IL RACCONTO DELLA DOMENICA Parole dal silenzio… di Lucia Gallo

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Il mio tratto distintivo? Chiacchierona. Fin da piccola, trascorrevo gran parte del tempo, montando in alto su una sedia per parlare. Di tutto. Moda, musica, desideri, proposte, contestazioni.

L’unico ad ascoltare le mie improvvisate conferenze era nonno Vincenzo, che non perdeva occasione per ripetermi: – da grande, diventerai un avvocato famoso, magari, aggiungeva con aria sorniona, come Perry Mason-.

Non sono diventata un principe del foro, ma le parole ho continuate a usarle per professione, sono stata docente per circa quarant’anni, ma soprattutto per piacere.

E anche quando mi è mancato il pubblico a cui rivolgerle, o quando tutti mi intimavano di stare un po’ zitta, le ho affidate alla carta, che, come sappiamo, è più paziente degli uomini.

Essa è stata da sempre il mio interlocutore preferito. Mi ha dato le risposte che cercavo. Mi ha permesso di essere al centro della scena, di dare sfogo al mio bisogno di comunicare,  trasformandosi in mezzo per riflettere, a posteriori, sul senso delle cose, caricandole di valori e significati nuovi.

Mi piacciono le parole. Sono storia, racconti, memoria, saggezza, passato, presente. Sono canto, musica, pianto. Sono ordinate perché ne stanno rigorosamente in fila nei dizionari, democratiche  perché  quelle nobili non disdegnano di confondersi con quelle popolari, accoglienti in quanto non temono di fondersi l’una con l’altra anche se provengono da paesi diversi. Con esse possiamo costruire un mondo nuovo, a nostra misura.

Forse è per questo che non ho mai sentito bisogno di silenzio. Ho amato il chiasso, la confusione, i dibattiti, le discussioni, le chiacchiere, il caffè con gli amici, i pranzi con tutta la mia numerosa famiglia. Sono stata attratta dalla rapidità,  dalla  velocità e dalla frenesia del tempo, dalla celerità dei rapporti  telematici, dalla possibilità di essere interconnessi con il mondo.

Tutto ciò fino al 20 febbraio 2020. Una data che, come molte altre nella storia delle epidemie, segnerà un’epoca. Costituirà la linea di confine, lo spartiacque tra la vita di ieri e la vita che verrà. In mezzo una pandemia, tra le più violente che il mondo globalizzato abbia conosciuto.

Tutto cambiato. Stop. Restare a casa. E’ il mantra che ci viene ripetuto in maniera ossessiva. E non è facile salire su un treno a bassa velocità quando si è stati abituati a usare un freccia rossa.

Silenzio è diventata la parola d’ordine di questi terribili giorni.

Silenzio nelle corsie degli ospedali. Nelle strade senza visi, nelle chiese senza preghiera, negli stadi senza cori, nei teatri senza applausi. Silenzio tra i camion che trasportano bare senza lacrime, tra gli anziani in case di riposo, diventate loro tomba. Silenzio in una piazza, battuta da una pioggia incessante, coperta da un cielo violaceo, lacerato unicamente dal singhiozzo dei gabbiani. E in mezzo un papa, dal passo lento e claudicante, che sembra portare in  spalla tutto il peso e il dolore del mondo.

Silenzio perché non si può definire un’assenza, una mancanza di rumore, dare un nome al nulla.

Eppure il silenzio è colmo di parole. Scrittori, poeti, filosofi  gli hanno dato dignità, gloria, fama.

Perché esso è  linguaggio, è dolore, indifferenza, rabbia, perdono, dimenticanza, obbedienza, umiliazione.

Tante le voci che dal silenzio riempiono questo tempo lento, incerto, sospeso, o come dir si voglia, e mi tengono compagnia.

Mi fermo ad ascoltarle, a guardarle dentro, ad accogliere le visioni che mi regalano. E’ un modo per procedere a un ritmo diverso, per ridare senso alla parola.

Una vecchia leggenda degli aborigeni Australiani racconta che  le storie importanti sono sempre alla ricerca della persona giusta a cui essere raccontate. Ora quella persona giusta sono io. Io che in questa immensa solitudine sento il bisogno di mettere a tacere il lavorio del pensiero e a  placare l’irrequietezza del cuore.

Allora il mio silenzio  si popola di voci: di radici, di ricordi,  di echi lontani.

La voce di  padre Giovanni Pozzi che dal suo Tacet mi sussurra:

“Del silenzio, il libro, è deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro con passo silenzioso a chi la sollecita. Amico discretissimo, il libro non è petulante, risponde solo se richiesto, non urge oltre quando gli si chiede una sosta. Colmo di parole, tace”.

di Sant’Agostino:

Anche immerso nelle tenebre e nel silenzio io posso, se voglio, estrarre nella mia memoria i colori, distinguere il bianco dal nero e da qualsiasi altro colore voglio.

E ancora quella di Tiziano Terzani che dal suo Altro giro di giostra mi dice:

Meraviglioso, il silenzio! Eppure noi moderni, forse perché lo identifichiamo con la morte, lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura. Abbiamo perso l’abitudine a stare zitti, a stare soli. Se abbiamo un problema, se ci sentiamo prendere dallo sgomento, preferiamo correre a frastornarci con un qualche rumore, a mischiarci a una folla anziché metterci da una parte, in silenzio, a riflettere. Uno sbaglio, perché il silenzio è l’esperienza originaria dell’uomo. Senza silenzio non c’è parola. Non c’è musica. Senza silenzio non si sente. Solo nel silenzio è possibile tornare in sintonia con noi stessi, ritrovare il legame fra il nostro corpo e tutto-quel-che-ci-sta-dietro.

Poi le voci dolci, ineffabili dei poeti. Quella di Kahlil Gibran:

“Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia. Il silenzio illumina l’anima, sussurra ai cuori e li unisce. Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, ci avvicina al cielo; ci fa sentire che il corpo è nulla più che una prigione, e questo mondo è un luogo d’esilio.”

di Alda Merini

(…) Invece ho solo bisogno di silenzio tanto ho parlato, troppo, è arrivato il tempo di tacere di raccogliere i pensieri allegri, tristi, dolci, amari, ce ne sono tanti dentro ognuno di noi. (…) Chi di parole da me ne ha avute tante e non ne vuole più, ha bisogno, come me, di silenzio.

Queste parole mi turbano, mettono in crisi certezze rinsaldate dal tempo. Però mi consolano. Mi aiutano a capire che il  silenzio  non è vuoto, ma che per esistere ha bisogno di parole, di suoni. Non esiste un silenzio assoluto. Perfino nella camera anecoica, in un asettico laboratorio scientifico, puoi ascoltare il fruscio del tuo cervello e il battito del tuo cuore. Perché il silenzio senza vita non esiste. Forse è vero quanto afferma la linguistica moderna. Il vero significato della parola silenzio, deriva dal sanscrito  si-nâmi, legare, unire, creare un canale di comunicazione anche senza parole, permettendo di risintonizzarsi con sé stessi e gli altri. Mi piace pensare che sia così.

Per convincermi, mi viene ancora in aiuto una voce:

Ora, mi sussurra Lee Master, parafrasando i versi di una sua poesia: ora che hai conosciuto il silenzio delle stelle, della città, degli uomini, dei boschi in attesa della primavera, dei prati in attesa dei fiori, il silenzio dei malati che implorano con gli occhi la vita, hai ascoltato il silenzio del mondo in attesa di speranza, chiediti. Per le cose profonde a cosa ti servono le parole?

Lucia Gallo

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