scritto da Redazione Ulisseonline - 14 Ottobre 2026 15:43

Il Sud e l’Italia: una ferita che non smette di parlare

Dall’Unità al presente, un viaggio tra povertà, potere, repressioni e speranze tradite: come è nata e come si è trasformata la questione meridionale, la più lunga e irrisolta storia d’Italia

Pubblichiamo di seguito, e a puntate, il mini saggio del professore Giovanni Santoriello sulla questione meridionale. Con un’avvertenza doverosa. Questo lavoro nasce quasi per caso. Non è altro che una lezione-relazione tenuta nell’ambito del recente incontro conviviale dei compagni di classe della V B del Liceo Scientifico, ora  “Genoino”, dell’anno di maturità 1974. Questo il contesto. Al contrario, la questione meridionale che viene trattata e approfondita nella sua relazione dal prof. Santoriello non è un episodio, ma un lungo processo che accompagna la nascita dello Stato italiano. Le scelte compiute dopo l’Unità, le ferite del brigantaggio e le condizioni delle masse contadine hanno creato un divario che la storia non ha mai davvero colmato. Capire come tutto questo è iniziato significa leggere l’Italia nella sua parte più fragile e più decisiva.

 

Il Sud: una questione irrisolta?

Quando parliamo di storia, siamo spesso tentati di cercare una risposta definitiva, soprattutto quando affrontiamo questioni ancora capaci di suscitare passioni e discussioni.

Ma la ricerca storica non funziona proprio così. Si basa su documenti, testimonianze e dati, procede per ipotesi, verifiche e correzioni. E gli stessi fatti possono essere interpretati diversamente. Perché la storia non è il luogo delle verità comode, ma il luogo in cui le nostre certezze vengono continuamente messe alla prova.

Quello che vorrei proporre sono alcune coordinate per orientare i lettori dentro una vicenda complessa, e non offrire verità già confezionate. Vi esporrò fatti, interpretazioni e punti di vista differenti, per provare insieme a capire come è stata letta e interpretata, nel tempo, la questione meridionale.

E allora, forse, è meglio cominciare da una domanda: quando è nata la questione meridionale?

La risposta più immediata sarebbe: dopo l’Unità d’Italia. Ma rischia di essere troppo semplice. Per capire davvero quando e come nasce la questione meridionale, dobbiamo infatti tornare un po’ indietro e vedere come si arrivò a costruire lo Stato unitario.

L’idea di un’Italia unita, infatti, è molto più antica dello Stato italiano. Per secoli, scrittori e pensatori avevano avvertito come una ferita la divisione della penisola: Dante, Petrarca e Machiavelli, in forme diverse, avevano immaginato un’Italia capace di liberarsi dalle lotte interne e dalle dominazioni straniere. Non era ancora il progetto dello Stato nazionale moderno, ma era già presente l’idea di un destino comune della penisola.

Sarà però l’Ottocento a trasformare questa aspirazione in un progetto politico. La Seconda guerra d’indipendenza del 1859, in cui il Regno di Sardegna era alleato con la Francia di Napoleone III contro l’Austria, porta all’annessione della Lombardia e apre la strada all’unificazione dell’Italia centrale. Nel 1860 Garibaldi, espressione dell’anima democratica del Risorgimento, conquista con i Mille la Sicilia e risale fino a Napoli. Dall’altra parte c’è Cavour, liberale e monarchico, impegnato a costruire l’unità intorno alla monarchia sabauda.

Sono due anime profondamente diverse, spesso in contrasto, che tuttavia riescono a convergere sull’obiettivo dell’Unità. Garibaldi, dopo aver conquistato il Mezzogiorno, sceglie di consegnarlo a Vittorio Emanuele II: l’incontro di Teano, nell’ottobre 1860, diventa il simbolo di questa convergenza tra la spinta democratica e quella monarchico-liberale.

Nel marzo 1861 nasce dunque il Regno d’Italia. Ma pochi mesi dopo, nel giugno dello stesso anno, muore Cavour, a soli cinquant’anni. La sua scomparsa priva il nuovo Stato dell’uomo che più di ogni altro aveva guidato, sul piano politico e diplomatico, il processo di unificazione. L’Italia si trovava così ad affrontare i suoi problemi più difficili proprio nel momento in cui veniva meno una delle figure politiche più autorevoli del Risorgimento. L’unificazione, però, era ancora incompleta.

Nel 1866 il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia al termine della Terza guerra d’indipendenza, combattuta al fianco della Prussia contro l’Austria. Anche questo episodio mostra quanto il nuovo Stato fosse ancora giovane e debole sul piano internazionale: per completare il processo di unificazione doveva muoversi dentro gli equilibri e le alleanze delle grandi potenze europee.

Nel 1870 fu la volta di Roma e del Lazio, dopo il ritiro delle truppe francesi, che proteggevano lo Stato Pontificio, ritiro imposto a Napoleone III dalla guerra franco-prussiana. Soltanto nel 1918, con l’annessione del Trentino-Alto Adige e della Venezia Giulia, i confini del Regno d’Italia raggiunsero l’assetto attuale.

Ma per il nostro discorso il punto di partenza resta il 1861. È allora che nasce lo Stato italiano e comincia la sfida più difficile: trasformare l’unità politica in una realtà concreta. Bisognava unificare leggi, istituzioni, finanze e amministrazione, ma anche mettere insieme territori e popolazioni con storie, economie e condizioni sociali molto diverse.

È dentro questo passaggio, tra l’Italia immaginata per secoli e l’Italia finalmente diventata Stato, che comincia a prendere forma la questione meridionale.

Il nuovo Stato eredita un Mezzogiorno nel quale sono già presenti problemi profondi: povertà diffusa, analfabetismo, infrastrutture insufficienti, profonde disuguaglianze nella proprietà della terra e rapporti sociali ancora in gran parte arcaici.

È importante, però, non immaginare un’Italia divisa fin dall’inizio tra un Nord moderno e istruito e un Sud arretrato in ogni suo aspetto. Nel 1861 ad esempio l’analfabetismo è un problema dell’intero Paese: circa tre italiani su quattro non sanno leggere e scrivere. Il Mezzogiorno presenta però, soprattutto nelle campagne, livelli ancora più elevati.

Più evidente è il ritardo sul piano delle infrastrutture. Nel 1861 l’intera penisola dispone di circa 2.500 chilometri di ferrovie, ma nell’ex Regno delle Due Sicilie sono in esercizio soltanto 184 chilometri, concentrati soprattutto nell’area napoletana. Eppure proprio qui, nel 1839, era stata inaugurata la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Il problema, dunque, non è l’assenza assoluta di modernità, ma la sua forte concentrazione e la difficoltà di estenderla a un territorio vasto e prevalentemente rurale.

Dunque, il problema non nasce dal nulla con l’Unità.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che l’Unità non abbia contribuito ad aggravarlo o a renderlo più evidente. E qui si apre anche una scelta politica decisiva: quale Stato costruire? Nei primi anni dopo l’Unità si confrontano infatti due orientamenti: da una parte chi immagina un’Italia più decentrata, con maggiori autonomie territoriali; dall’altra chi considera necessario un forte accentramento per costruire rapidamente uno Stato unitario e garantire il controllo del territorio.

Prevalse la seconda impostazione. Perché? Perché il nuovo Stato era ancora molto fragile e si temeva che potesse sfaldarsi. In Sicilia, per esempio, c’erano forti tradizioni autonomistiche e non mancavano tensioni verso il nuovo Stato. E c’era anche un problema molto concreto: bisognava unificare un Paese che, fino a poco prima, era stato diviso in Stati con proprie amministrazioni, leggi e istituzioni. C’erano ancora monete diverse — nel Mezzogiorno circolava il ducato, nello Stato Pontificio lo scudo, nel Lombardo-Veneto la moneta austriaca — sistemi di pesi e misure non uniformi e ordinamenti fiscali e amministrativi ancora distinti.

Il nuovo Stato porta così nel Mezzogiorno una rapida unificazione fiscale e amministrativa.

Sul piano tributario, al Sud viene esteso il sistema piemontese, più articolato e, nel complesso, più oneroso rispetto a quello vigente nelle Due Sicilie. Quest’ultimo, per esempio, non prevedeva imposte sul commercio, sulle professioni, sulle rendite finanziarie e sulle successioni. Per le popolazioni meridionali questo significò l’introduzione o l’estensione di nuove tasse e una maggiore pressione fiscale.

Un altro cambiamento importante riguardò il sistema bancario. Nel Mezzogiorno il Banco di Napoli godeva di enorme fiducia e le sue fedi di credito (che risalivano agli antichi Banchi pubblici napoletani: il Banco della Pietà, il Banco dei Poveri, il Banco dello Spirito Santo, San Giacomo e altri) erano uno strumento fondamentale per i pagamenti. Rappresentavano somme depositate presso il Banco e potevano essere trasferite da una persona all’altra: chi le riceveva poteva presentarle al Banco e ottenere la somma corrispondente.

Con l’Unità, però, la Banca Nazionale, nata nel Regno di Sardegna e diventata dopo il 1861 il principale istituto di emissione del nuovo Regno, cercò di espandersi anche nel Mezzogiorno.

Nel 1866 l’Italia dovette affrontare una grave crisi finanziaria, aggravata dalle ingenti spese sostenute per la guerra contro l’Austria. Fu allora introdotto il corso forzoso: in pratica, le banconote continuavano a circolare ed essere utilizzate per i pagamenti, ma non potevano più essere cambiate liberamente in oro o argento. Questo permetteva alla Banca Nazionale di aumentare la quantità di carta moneta in circolazione e ne rafforzava la posizione.

A questo punto la concorrenza con il Banco di Napoli divenne più aspra e, soprattutto, asimmetrica. Le fedi di credito del Banco, infatti, continuavano a poter essere convertite in moneta metallica. Immaginiamo, per esempio, una fede da mille lire: la Banca Nazionale poteva acquistarla e poi presentarla al Banco di Napoli, chiedendo in cambio le mille lire in oro e argento. La fede tornava al Banco, mentre dalle sue casse usciva moneta metallica.

Il Banco di Napoli avrebbe potuto fare qualcosa di analogo con i biglietti della Banca Nazionale, ma qui stava la differenza: dopo il corso forzoso, quei biglietti non erano più convertibili in metallo. La Banca Nazionale poteva quindi utilizzare le fedi del Banco per ottenere oro e argento, mentre il Banco non poteva fare la stessa cosa con i suoi biglietti.

La concorrenza, insomma, non era più alla pari: la Banca Nazionale si trovava in una posizione più favorevole, mentre il Banco di Napoli vedeva diminuire le proprie riserve metalliche.

Nel 1868 arriva anche la tassa sul macinato, cioè un’imposta sul grano portato al mulino per essere trasformato in farina. Era particolarmente impopolare perché finiva per gravare soprattutto sulle famiglie più povere, per le quali pane e pasta rappresentavano una parte essenziale dell’alimentazione.

Anche la leva non nasce con l’Unità: era già prevista nel Regno delle Due Sicilie (anche se in Sicilia esisteva solo su base volontaria). La novità fu che i giovani meridionali vennero inseriti nel nuovo esercito nazionale, secondo regole uniformi e con una ferma che poteva essere molto lunga. In una società prevalentemente agricola, l’assenza per diversi anni di un giovane poteva pesare molto sulla famiglia. Per questo la leva divenne rapidamente uno dei motivi di forte risentimento nelle campagne meridionali.

Più radicale è l’accentramento amministrativo. I governi unitari estendono gli ordinamenti piemontesi e costruiscono uno Stato fortemente centralizzato, affidato anche alla rete dei prefetti. Ai vertici della nuova amministrazione vengono impiegati molti funzionari piemontesi e settentrionali: non soltanto per diffidenza verso le classi dirigenti locali, ma perché il Piemonte disponeva già di una burocrazia organizzata e perché il nuovo Stato aveva bisogno di funzionari considerati affidabili e direttamente legati al centro.

Ma proprio questa scelta produce un effetto paradossale: lo Stato che vuole unificare il Paese rischia di apparire, soprattutto nel Mezzogiorno, come qualcosa che arriva da fuori, con le sue leggi, le sue tasse, i suoi funzionari e i suoi soldati.

Un altro problema fondamentale riguardava la terra. In molte zone del Mezzogiorno essa era concentrata nelle mani di grandi proprietari, mentre una parte consistente dei contadini disponeva di appezzamenti troppo piccoli per vivere oppure non possedeva alcuna terra ed era costretta a lavorare come bracciante. Nei grandi latifondi erano diffuse diverse figure di lavoratori senza terra o con proprietà insufficienti: braccianti, piccoli contadini e affittuari.

Da qui nasce quella che possiamo chiamare la fame di terra: non soltanto il desiderio di possedere un pezzo di campagna, ma la speranza di conquistare una maggiore sicurezza economica e una vita meno dipendente dai grandi proprietari.

La questione era diventata particolarmente delicata con la trasformazione delle antiche terre feudali, ecclesiastiche e demaniali in proprietà privata. La privatizzazione portò in misura molto limitata la terra ai contadini: una parte consistente finì nelle mani dei grandi proprietari, rafforzando in molte zone la concentrazione della proprietà fondiaria.

In molti casi, anzi, i contadini persero anche antichi usi civici, cioè diritti collettivi che permettevano di utilizzare determinate terre per il pascolo, la raccolta della legna o altre necessità. Erano i contadini poveri, quelli che nel linguaggio dell’epoca venivano spesso chiamati «cafoni», a subire più direttamente le conseguenze di questa trasformazione: terre che per generazioni avevano garantito almeno una parte del loro sostentamento venivano sottratte all’uso collettivo e trasformate in proprietà privata.

È anche per questo che, negli anni dell’Unità, le aspettative delle popolazioni rurali furono così alte.  Molti contadini avevano sperato che il nuovo ordine politico significasse anche una redistribuzione della terra. Quando queste aspettative rimasero in gran parte deluse, il conflitto sociale nelle campagne si aggravò e, in alcune aree, si intrecciò con il brigantaggio.

È dentro questo intreccio di povertà, conflitti agrari, aspettative deluse e opposizione al nuovo Stato che, soprattutto tra il 1861 e il 1865, esplode il grande brigantaggio. La risposta dello Stato è prevalentemente militare e repressiva: l’esercito viene impiegato su larga scala per ristabilire l’ordine e stroncare le bande.

A rendere concretamente questa «fame di terra» possiamo richiamare una pagina straordinaria di Giovanni Verga, nella novella Libertà, ambientata a Bronte nel 1860. Quando arrivano le camicie rosse di Garibaldi, i contadini credono che la libertà possa finalmente significare un cambiamento sociale: la terra per chi la lavora e la fine dei vecchi privilegi. E così si ribellano contro i proprietari. Ma quella speranza dura pochissimo.

Verga coglie perfettamente l’equivoco: per i contadini la libertà non è un principio astratto, ma significa poter cambiare concretamente la propria condizione. Per questo, dopo la repressione e il processo, il loro stupore diventa una delle frasi più amare della novella: «Dove mi conducete?  – dice uno di loro – In galera? Se avevano detto che c’era la libertà.»

È difficile trovare un’immagine più efficace della distanza tra le promesse del nuovo ordine e le aspettative delle masse rurali.

E qui compare già una domanda destinata ad accompagnare tutta la nostra storia: lo Stato italiano sta costruendo l’integrazione del Mezzogiorno oppure sta semplicemente imponendo la propria autorità su una società che non sente ancora come propria? (1^ parte – segue)

professor Giovanni Santoriello

 

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta da Silvia Lamberti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.