Venerdì Santo: il giorno in cui Dio ha perso (e forse ha vinto davvero)
Perché forse Dio, quel giorno, non ha perso potenza. Ha scelto di non usarla. E questa scelta continua a disturbare
Il Venerdì Santo è il giorno meno religioso dell’anno. Perché Dio non funziona.
Niente miracoli. Nessuna soluzione. Nessuna via d’uscita. Solo un corpo che cede, una folla che guarda, e un silenzio che pesa più delle parole. Se questa è fede, è una fede scomoda.
Perché sulla croce crolla tutto quello che ci aspettiamo: un Dio forte, utile, risolutivo. Non scende, non reagisce, non si salva. Resta. E muore. Allora diciamolo senza girarci intorno: sembra una sconfitta. Ma è proprio qui che il Venerdì Santo cambia le regole del gioco. Perché mentre tutto fallisce, una cosa non si ritira: l’amore. Non scappa, non si difende, non si giustifica. Resta esposto. Vulnerabile. Fino alla fine. E questo è insopportabile. Perché noi facciamo l’opposto: evitiamo, anestetizziamo, distraiamo. Il dolore lo scrolliamo via. Le ferite le copriamo. Le croci le riduciamo a ciondoli. La croce invece è reale. È quella telefonata che non vuoi ricevere. È quella diagnosi. È quella fine che non avevi previsto. È il punto in cui capisci che non controlli tutto.
E lì, esattamente lì, il Venerdì Santo non ti salva dal dolore. Fa qualcosa di più radicale: lo abita.
Non lo spiega. Non lo giustifica. Non lo cancella. Lo attraversa. E allora la domanda diventa personale, quasi brutale: tu cosa fai davanti a ciò che fa male? Scappi? Lo copri? O resti?
Perché forse Dio, quel giorno, non ha perso potenza. Ha scelto di non usarla. E questa scelta continua a disturbare. Perché se è così, la vera forza non è evitare la croce. È non tradire l’amore quando arriva. E questo, ammettiamolo, è molto più difficile di un miracolo.







