scritto da Gennaro Pierri - 15 Giugno 2026 11:19

«Sii come l’arte»: la lezione più profonda me l’ha data una studentessa

In un tempo che premia il consenso e la superficie, una frase nata in classe diventa una lezione di autenticità. Perché non conta essere gradevoli: conta lasciare un segno, come fa l’arte quando ci costringe a sentire

Qualche giorno fa, prima del termine delle lezioni, una mia alunna ha pronunciato una frase che continuo a rigirarmi in testa.

«Occorre essere come l’arte: non essere per forza belli, ma devi fare sentire qualcosa».

Lì per lì è sembrata una battuta brillante. Poi ho capito che dentro quelle poche parole c’era una critica feroce al nostro tempo. Perché noi viviamo nell’epoca della bellezza. Non della bellezza vera, quella che nasce dall’armonia o dalla profondità. Viviamo nell’epoca dell’essere gradevoli. La differenza è enorme: il gradevole non disturba, non provoca, non mette in discussione. Scorre davanti agli occhi e ottiene il suo scopo: essere consumato velocemente.

L’arte autentica, invece, fa esattamente il contrario. Pensiamo alle opere che hanno attraversato i secoli. Non sono sopravvissute perché erano semplicemente belle. Sono sopravvissute perché hanno costretto gli uomini a fare i conti con qualcosa: con il dolore, con la speranza, con la morte, con l’amore, con la paura, con sé stessi. L’arte non nasce per arredare le pareti. Nasce per aprire domande. E qui la frase della mia studentessa obbliga a chiederci quale sia il nostro obiettivo quando entriamo in relazione con gli altri. Essere apprezzati? O essere significativi? Sono due cose molto diverse.

Una persona può piacere a tutti e non cambiare nulla. Un’altra può persino risultare scomoda, ma lasciare un segno indelebile. I grandi insegnanti non sono quelli che ci hanno fatto passare un’ora piacevole. Sono quelli che, magari con una frase, hanno modificato il nostro modo di guardare il mondo. I grandi amici non sono quelli che ci hanno sempre dato ragione. Sono quelli che hanno avuto il coraggio di dirci la verità. Le persone più importanti della nostra vita non sono state necessariamente le più gradevoli. Sono state quelle che ci hanno fatto sentire qualcosa. Forse il problema della nostra epoca è proprio questo: abbiamo scambiato l’impatto con il consenso.

Vogliamo essere approvati da tutti, mentre l’arte ci insegna che ciò che conta davvero è generare significato. E il significato non nasce mai dalla perfezione. Nasce dall’intensità. Quando quella ragazza ha pronunciato la sua frase, probabilmente non immaginava che stesse descrivendo una delle sfide più grandi dell’esistenza.

Non chiederti se sei abbastanza bello, abbastanza brillante o abbastanza ammirato. Chiediti piuttosto se la tua presenza aggiunge qualcosa al mondo. Perché alla fine nessuno ricorda davvero ciò che ha soltanto visto. Ricorda ciò che ha sentito. E forse il senso di una vita assomiglia proprio a quello di una grande opera d’arte: non essere osservata, ma lasciare un’eco che continua a risuonare quando tutto il resto è già passato. Per la cronaca: la mia alunna è di quinta e secondo me ha fatto già il suo esame di maturità!

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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