scritto da Gennaro Pierri - 16 Giugno 2026 07:54

Non abbiamo più sete di risposte. Abbiamo sete di realtà

Parliamo di amicizia, ma fatichiamo a incontrarci davvero. Parliamo di comunità, ma viviamo come monadi. Parliamo di libertà, ma spesso passiamo le giornate reagendo a stimoli decisi da altri. La sete che cresce dentro la nostra epoca non è allora una sete di informazioni, né di successo, né di visibilità. È una sete di consistenza

C’è qualcosa di strano nel nostro tempo. Per la prima volta nella storia dell’umanità, quasi ogni risposta è a portata di mano. Un dubbio dura pochi secondi. Una ricerca, un clic, una notifica. Mai una generazione ha avuto accesso a una quantità così smisurata di informazioni. Eppure non siamo diventati più certi. Siamo diventati più inquieti. Forse perché abbiamo interpretato male la nostra sete. Per secoli l’uomo ha creduto di avere fame di conoscenza.

Oggi che la conoscenza trabocca da ogni schermo, scopriamo che il problema era un altro: non avevamo sete di risposte. Avevamo sete di realtà. La differenza è enorme. Una risposta riempie la mente. La realtà coinvolge la vita. Possiamo sapere tutto sul mare senza averne mai sentito il sale sulle labbra. Possiamo leggere centinaia di definizioni dell’amore senza aver amato. Possiamo accumulare dati sulla felicità e restare profondamente infelici. La complessità contemporanea nasce da qui: abbiamo moltiplicato le mappe e perso il contatto con il territorio. Conosciamo il mondo attraverso schermi, statistiche, algoritmi, interpretazioni, commenti. Sempre più raramente attraverso l’esperienza diretta.

Parliamo di amicizia, ma fatichiamo a incontrarci davvero. Parliamo di comunità, ma viviamo come monadi. Parliamo di libertà, ma spesso passiamo le giornate reagendo a stimoli decisi da altri. La sete che cresce dentro la nostra epoca non è allora una sete di informazioni, né di successo, né di visibilità. È una sete di consistenza.

Vogliamo che le cose tornino a pesare. Vogliamo parole che significhino qualcosa, relazioni che resistano alle difficoltà, idee per cui valga la pena spendersi. Vogliamo esperienze che non evaporino dopo pochi secondi come una storia sui social. In fondo, il dramma del nostro tempo non è il vuoto. È la leggerezza. Tutto passa. Tutto scorre. Tutto cambia. Nulla sembra meritare una fedeltà lunga. E un essere umano non può vivere soltanto di possibilità. Ha bisogno di appartenenza. Ha bisogno di radici. Ha bisogno di qualcosa che gli opponga resistenza. Forse è per questo che tanti giovani appaiono stanchi senza essere vecchi. Non sono schiacciati dalla mancanza di opportunità. Sono schiacciati dall’eccesso. Troppe strade. Troppi stimoli. Troppe identità possibili. Troppo poco reale.

La domanda decisiva allora non è cosa desideriamo. La domanda è: che cosa consideriamo abbastanza vero da meritare la nostra vita? Perché alla fine la sete più profonda non è quella di chi cerca qualcosa da bere. È quella di chi cerca qualcosa che non evapori.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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