scritto da Gennaro Pierri - 19 Maggio 2026 10:11

Nel buio ricordati di accendere la luce

La verità che nessuno dice è questa: molte persone non sono stanche perché lavorano troppo. Sono stanche perché non sentono più nulla di autentico. Consumano emozioni veloci tutto il giorno e poi, la sera, restano vuote come stanze dopo una festa

La cosa più inquietante del buio non è che non ci fa vedere. È che, dopo un po’, ci abituiamo.

Succede lentamente. All’inizio ti indigni per tutto: l’odio trasformato in intrattenimento, le persone ridotte a contenuti, le vite filtrate fino a sembrare perfette. Poi però il cervello si adatta. Scorri. Ridi. Passi oltre. E senza accorgertene inizi a chiamare “normalità” cose che qualche anno fa ti avrebbero fatto paura.

Il problema è che oggi il buio non ha più la faccia tragica di una volta. Non arriva con il silenzio. Arriva illuminato. Ha colori accesi, musica in sottofondo, notifiche continue. Ti distrae abbastanza da impedirti di pensare. Ci hanno insegnato a essere visibili, non presenti. A costruire un’immagine, non un’identità. A sembrare felici, non a capire cosa significhi esserlo davvero. E così esiste una generazione intera che ride nelle storie Instagram e crolla nel tragitto tra il letto e il soffitto.

La verità che nessuno dice è questa: molte persone non sono stanche perché lavorano troppo. Sono stanche perché non sentono più nulla di autentico. Consumano emozioni veloci tutto il giorno e poi, la sera, restano vuote come stanze dopo una festa. Ecco perché “accendere la luce” non è una frase dolce da agenda motivazionale. È una ribellione. Significa fermarsi quando tutti accelerano. Significa avere il coraggio di stare cinque minuti senza telefono e scoprire che il rumore che senti dentro non viene dal mondo: viene da te. Significa smettere di vivere reagendo continuamente a stimoli progettati da qualcuno che guadagna dalla tua distrazione. Perché oggi l’attenzione è il vero campo di battaglia. E chi controlla la tua attenzione, lentamente, si prende anche la tua vita.

La luce allora non è ottimismo. È lucidità. È guardare le cose senza anestesia. È accorgersi che certe relazioni ti spengono, che certi lavori ti svuotano, che certi modelli di successo sono soltanto gabbie ben arredate. Ma soprattutto, la luce è responsabilità. Perché appena vedi davvero, non puoi più fingere di non aver capito. E forse è proprio questo che spaventa: non il buio, ma ciò che diventiamo quando smettiamo di cercare l’interruttore.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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