scritto da Filippo Falvella - 18 Maggio 2026 07:28

Il giogo della validazione: come agiamo solo quando osservati

Se però questo nostro agire, così come lo abbiamo definito nella nostra società precedentemente descritta, non dovesse avere un riscontro, allora questo agire sarebbe a priori nullificato, trasformandoci nell'albero inizialmente citato che adesso torna imperniato di significato

MP 433; Matejko, Jan (1838-1893) (malarz); Stańczyk; 1862; olej; płótno; 88 x 120 [106 x 135 x 9]

Al filosofo irlandese George Berkley, uno dei precursori dell’idealismo, è attribuito uno dei più celebri paradossi della filosofia moderna: “Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, quell’albero fa rumore?”. Berkley, vescovo della chiesa d’Irlanda, a questo interrogativo rispondeva con una forte negazione: poiché la materia esiste soltanto quando percepita da un intelletto, se nessun individuo presenzia durante il momento in cui l’azione avviene, allora questa non è di fatti mai avvenuta.

In questo senso di esse est percipi a definire l’essere di un qualcosa è la validazione esterna di un ente senziente, pena la non esistenza in toto. Per quanto non sia mio interesse in questa sede dissertare sull’essere in relazione alla materia e al tempo, il paradosso di Berkley offre un prezioso parallelismo rispetto la nostra società, oggi al culmine dell’esaltazione dell’efficacia, dei risultati e della tecnica.

La società delle performance

Se già nel 1967 Guy Debord, filosofo francese, pubblicava un saggio dal titolo La società dello Spettacolo, identificando una nuova forma di capitalismo che stava sostituendo l’immagine al capitale, è soltanto con i due filosofi e divulgatori Andrea Colamedici e Maura Gancitano che in Italia si parla per la prima volta, sulla scia della Società liquida di Bauman e L’evaporazione del padre di Lacan, di Società delle Performance. La Società delle Performance è un modello culturale e socio-economico dove gli individui non vengono più considerati sulla base della loro personalità ma sulla validità, oggettivamente riconosciuta, delle loro “conquiste” economiche e sociali.

Ogni individuo diventa così un performer, costretto per essere socialmente validato ad esibirsi e definendo un’immagine di sè vincente e di successo, orientandosi in un costante stato di produttività. La vita privata è ora un palcoscenico condiviso, che fa dei social media il suo principale canale di comunicazione. Ognuno deve, in quanto manager di se stesso, fare marketing della sua persona, incanalando in ogni passione o desiderio, non necessariamente propri, una fonte di guadagno, che sia questo economico o sociale. In un palco che non lascia spazio a fragilità e debolezze, che farebbero calare drasticamente l’immagine del brand, diventiamo padroni e servi di noi stessi, proiettando il guadagno del nostro agire su una platea che, di fondo, è totalmente disinteressata. Il nostro agire, adesso soggetto a responsabilità lavorativa che se non rispettata orienta ad un profondo disfacimento del proprio senso di soddisfazione personale, lasciandoci di conseguenza in un oblio di insoddisfazione di noi, è orientato solo ed esclusivamente a soddisfare gli altri individui.

Come alberi in una foresta

Se però questo nostro agire, così come lo abbiamo definito nella nostra società precedentemente descritta, non dovesse avere un riscontro, allora questo agire sarebbe a priori nullificato, trasformandoci nell’albero inizialmente citato che adesso torna imperniato di significato. Quando Zenone fondò il primo stoicismo ad Atene, aveva ben chiaro che la costante ricerca dell’approvazione esterna o della propria società di riferimento rappresenta una dipendenza che corrode l’animo attraverso un continuo stato di ansia e inspiegabile infelicità, rimettendo  il proprio benessere, perfettamente individuale, nelle mani di fattori che non ci è possibile controllare, o almeno non con costanza, e che necessiterebbero di un frequente allontanamento, in favore delle correnti, dal nostro nucleo.

Il costante paragonarsi, adesso giunto al culmine dall’auto conservazione e diventato parte integrante del nostro essere animale sociale, è diventato pane e insieme droga, bisogno e condanna. Il motore dell’azione non è più dettato da una spinta individuale, e il destinatario di quella azione è ben lontano da noi stessi. Non agiamo più per essere e divenire, ma per apparire e somigliare. E, di fatti, se nessuno ci osserva cadere, allora non siamo caduti e, molto peggio, se nessuno ci ascolta gioire, allora non abbiamo mai gioito davvero. Questo perché abbiamo un viscerale bisogno di essere riconosciuti sul palco dagli altri attori in scena, attori con la quale, per la maggior parte delle riprese, non scambieremo neanche una battuta. Ma, dopo le riprese, restiamo noi.

Dopo i titoli di coda, dopo gli applausi o i fischi, restiamo noi soltanto. E allora diventa chiaro che solo un attore rimarrà costante e sarà riconfermato ad ogni scena, e quell’attore siamo noi. E se proprio avremo bisogno di un applauso, forse potremmo cercarlo da quel critico che avrebbe senso educare ad osservare il mondo con i suoi occhi, filtrandolo con altri sguardi ma scrutandolo con il proprio, non temendo la noia e senza il terrore di mostrarsi per un attimo deboli, non perfetti. Perché la validazione esterna non deve essere una conferma, ma un quid, non un motore, ma un soffio. Inseguirsi non deve necessariamente significare raggiungersi, ma capire che correre è già di per sé sufficiente a sentirsi vivi, a sentirsi in gioco, a sentirsi bene.

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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