La trattativa Stato-Mafia e il caso di Mimmo Lucano

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C’è un bel dire che le sentenze non si commentano, si eseguono e basta.

Un insopportabile bla-bla-bla che ci lascia esterrefatti, specialmente quando si mettono a confronto sentenze che, francamente, lasciano allibiti.

Nel giro di pochi giorni i Magistrati, di Tribunali diversi, hanno dato un ulteriore pesantissimo colpo alla già scarsa credibilità della Magistratura e dello Stato.

Non è il caso di riepilogare gli avvenimenti dell’uno e dell’altro caso, ma solo ricordare che, per la “Trattativa Stato-Mafia”, nella quale erano implicati non solo grossi personaggi dello Stato, ma anche della Mafia, i processi, iniziati “appena” nel 1992-93, 28 anni fa (rapidità della giustizia!), sono giunti a verdetti controversi; ma mai si sarebbe potuto immaginare che ora la Corte d’assise d’appello di Palermo, avesse ribaltato tutto, assolvendo uomini di Cosa Nostra e alti personaggi dei nostri apparati di sicurezza, con motivazioni ambigui: i primi per non aver commesso alcun reato, gli altri perché avevano la facoltà di effettuare indagini per stabilire se la trattativa ci fosse stata oppure no.

Strano, però, che mentre alcuni appartenenti a Cosa Nostra siano stati completamente scagionati, altri siano rimasti condannati, il che starebbe a significare che i secondi veramente trattavano con lo Stato per non continuare a mettere bombe dappertutto con lo scopo di alleggerire i regimi di carcere duro ai quali erano condannati altri mafiosi.

In sostanza, con l’ultima sentenza, alcuni sono stati assolti per non aver commesso reati, altri perché dovevano svolgere indagini, altri condannati per aver commesso i crimini.

E la cosa potrebbe anche avere una sua logica.

Ma qui “casca l’asino”, e vien da chiedersi: ma com’è che nei precedenti processi altri Magistrati erano giunti a conclusioni opposte?

E com’è possibile che nella ricostruzione dei pubblici ministeri del primo grado (Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi), la trattativa fra Stato e mafia ci sarebbe stata e articolata in diverse fasi: erano forse dei visionari?

È stato detto che gli alti Ufficiali indagati, ora prosciolti, avessero agito per giungere ad individuare il nascondiglio di Totò Riina: ma può un reato essere commesso per ottenere un altro risultato?

Nel 1992, quindi, gli ufficiali del Ros avrebbero cercato di fermare la strategia delle bombe avviando un dialogo segreto Cosa-Nostra, dialogo mai negato dagli ufficiali finiti sotto accusa, anzi rivendicato, come “operazione di polizia” finalizzata non a concessioni, ma alla cattura di Riina.

“Giammai, una trattativa può essere ritenuta illecita né sotto il profilo politico, né sotto quello giuridico, hanno argomentato gli ex ufficiali nel processo, competendo al potere esecutivo e alle forze dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire l’ulteriore commissione di gravi crimini”.

Probabilmente, trattandosi dei “Servizi”, questo può trovare una giustificazione, ma questo difficilmente si sposa con le indagini condotte dai Pubblici Ministeri.

Non si spiega la prima reazione del Generale del Ros Mario Mori dell’ex capitano Giuseppe De Donno, manifestata attraverso i legali “Felici perché finalmente la verità viene a galla, la sentenza conferma che la trattativa è una bufala, un’invenzione, un falso storico”.

Insomma, la trattativa c’è stata oppure no? Questo non è dato di sapere ufficialmente, anche se Antonio Ingroia, ex Procuratore aggiunto di Palermo e “padre dell’inchiesta, non ha dubbi sulla stessa.

Dal che viene fuori un altro quesito: ma sono i Magistrati ad aver sbagliato, oppure tutto dipende dalle leggi farraginose, spesso comprensibili e di difficile applicazione?

È un quesito che approfondiremo dopo.

Veniamo ora alla pesantissima sentenza con la quale si è concluso il primo processo a carico di Mimmo Lucano, il Sindaco di Riace che aveva creato un modello di accoglienza e integrazione da tanti considerato un esempio da seguire in una società multietnica come ormai è la nostra.

La sentenza del processo di primo grado, emessa dal Tribunale di Locri, è stata pesantissima, ha quasi raddoppiato la pena che il Pubblico Ministero aveva chiesto, circostanza a di poco inconsueta, condannando Lucano a 13 anni 2 due mesi di carcere, mentre i Pubblici Ministeri avevano chiesto “solo” 7 anni e 11 mesi, e già sembrava auna condanna pesantissima.

Sembra che a pesare sulla quantificazione sembra sia stata la separazione di due diversi gruppi di reati aventi lo stesso fine, mentre i pm chiedevano di tenerli tutti insieme. Inoltre, l’entità del peculato potrebbe aver portato a una condanna superiore al minimo previsto: ma l’ex primo cittadino, come riconosciuto anche dal gip, non si è messo in tasca un soldo: e allora dov’è il peculato?

E l’accusa di aver combinato matrimoni è caduta.

Lorenzo Trucco, Presidente dell’ “ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione” è stato tranchant: “In quarant’anni di carriera non ho mai visto dare il doppio della pena chiesta dal pm” ha detto.

Ma di cosa è stato ritenuto responsabile l’ex sindaco di Riace? E com’è stato possibile arrivare a una pena così alta? In attesa delle motivazioni – saranno depositate tra 90 giorni – il dispositivo insieme ai capi d’imputazione può aiutare a fare qualche ipotesi.

E a tracciare alcuni punti fermi: Lucano non ha favorito l’immigrazione clandestina; quell’accusa, in cui si insinuava che avesse organizzato “matrimoni di comodo tra cittadini riacesi e donne straniere al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano”, è stata ritirata dai Pm ancor prima di arrivare a sentenza. Le condanne invece sono per un lungo elenco di reati contro la pubblica amministrazione, la pubblica fede e il patrimonio: associazione per delinquere finalizzata a “commettere un numero indeterminato di delitti”, falso in atto pubblico e in certificato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato.

Più che giustificata la reazione di Lucano il quale, tra l’altro, ha detto “Neanche a un mafioso”.

Nella loro richiesta, i Pubblici Ministeri li consideravano tutti uniti dal vincolo della continuazione, cioè “esecutivi di un medesimo disegno criminoso“: in questi casi, per calcolare la pena, si prende quella inflitta per il reato più grave (pena base) e la si aumenta fino al triplo. Il reato più grave è il peculato, punito da quattro a dieci anni: l’accusa chiedeva di partire dal minimo, quattro anni, raddoppiandolo fino a quasi otto.

I giudici invece hanno fatto una scelta diversa: hanno separato due “disegni criminosi”, raddoppiando le pene base e aumentando di conseguenza l’entità della condanna. Il primo – il più grave – include associazione a delinquere, falso in atto pubblico, peculato e dieci diverse truffe aggravate, e da solo ha prodotto una pena di 10 anni e 4 mesi di carcere. Come ci si è arrivati? Evidentemente – è il pensiero di molti addetti ai lavori – non partendo dalla pena di quattro anni, come chiesto dai Pm, ma da una più alta. Perché? La ragione può trovarsi nel fatto che il peculato per cui è stato condannato Lucano riguarda una somma altissima, quasi 800.mila euro, che difficilmente giustifica una pena ridotta al minimo.

Ma torniamo a dire: se Lucano, come è stato riconosciuto, non si è appropriato di soldi, dov’è il peculato?

In sostanza da parte della Corte giudicante è stato fatto tutto il possibile per elevare al massimo la condanna, e questa è stata una scelta che definiremmo “politica”.

E si definisce un “magistrato progressista” Luigi D’Alessio, procuratore di Locri, iscritto a Magistratura Democratica, finito nel mirino dopo la sentenza di Mimmo Lucano.

“Sono vittima di un’aggressione mediatica, amareggiato ma sereno con la coscienza, non ho agito con intento persecutorio” assicura in un colloquio con la Stampa di Torino, commentando le polemiche su “un processo basato su carte e fatture false difficilmente controvertibili, non su testimoni più o meno credibili”. D’Alessio si rende conto che “13 anni sono parecchi e mi auguro che in appello sia ridotta”: becera ipocrisia.

“Non ho agito con intento persecutorio”: e se fosse stato persecutorio, l’avrebbe condannato all’ergastolo?

E l’ipocrisia da parte del Procuratore di Locri continua: “Lucano, è un bandito idealista da western -dice- chiunque può commettere qualsiasi reato purché a fin di bene?” si domanda.

Riconosce a Lucano “una mirabile idea di accoglienza”, ma gli contesta di averla “riservata a pochi eletti che avevano occupato le case”, a dispetto della norma che prevedeva un avvicendamento periodico dei migranti.

“Ha pensato di abbinare un’idea nobile a una sorta di promozione personale e sociale. Non è Messina Denaro, ma ha inteso male il suo ruolo di sindaco, proclamando “io me ne infischio delle leggi” e ostentando una scarsa sensibilità istituzionale tradotta in una serie impressionante di reati”.

Avviandoci alla conclusione torniamo sul quesito posto prima: sono i Magistrati ad aver sbagliato, oppure tutto dipende dalle leggi farraginose, spesso comprensibili e di difficile applicazione?

Probabilmente la verità sta nel mezzo: da un lato c’è la farraginosità e incomprensibilità delle leggi, dall’altra c’è la volontà della Magistratura di applicarle ad uso e consumo di ciò che si vuole far emergere: nel caso della trattativa si è voluto far emergere che non c’è responsabilità da parte degli indagati, nel caso di Lucano, invece, si è voluto punire un personaggio che risultava scomodo per le sue idee rivoluzionarie tendenti a modificare l’accoglienza e l’integrazione con un sistema che evidentemente andava a toccare “interessi” che è meglio ignorare.

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